Mario Vespasiani la disciplina e le arti (marziali)
Per comprendere l'essenza più profonda dell'impostazione artistica e umana di Mario Vespasiani, dobbiamo immaginarlo non solo nel suo atelier, ma in un dōjō. La sua tela è il suo tatami, il suo pennello è la sua katana e ogni sua opera è l'esito di un combattimento e di una danza. La sua ricerca non è un semplice "fare arte", ma una vera e propria disciplina spirituale, una Via marziale che mira a unificare corpo, mente e spirito per raggiungere un livello superiore di esistenza e di espressione. La sua capacità di unire fermezza e imprevedibilità, tenacia e morbidezza, può essere illuminata da un concetto fondamentale delle arti marziali giapponesi: il percorso di apprendimento noto come Shuhari (守破離). Questo modello, che descrive le tre tappe verso la maestria, offre una chiave di lettura potente e originale per decifrare l'intera evoluzione dell'artista e la natura della sua incomparabile abilità.
La prima tappa di ogni grande percorso marziale è Shu (守): il tempo dell'apprendimento rigoroso, della ripetizione instancabile dei kata e dell'obbedienza totale all'insegnamento, in cui l'allievo assorbe la tradizione, la protegge e la fa sua fino a che non diventi una seconda natura. Nella carriera di Vespasiani, questa fase corrisponde ai suoi anni di formazione e al suo profondo e umile dialogo con i grandi maestri del passato. Il suo studio di Lotto, Goya e Tiepolo si può cogliere quale atto di un discepolo che impara le regole e si appropria della grammatica fondamentale della pittura. È il tempo della disciplina ferrea, dell'etica del "samurai", delle migliaia di ore passate a perfezionare la tecnica. Questa fase Shu è la roccia su cui si fonda tutta la sua libertà successiva; è da qui che derivano la sua fermezza, la sua tenacia e la sua assoluta padronanza del mezzo.
Una volta che le forme tradizionali sono state completamente interiorizzate, l'allievo entra nella fase Ha (破). Qui inizia a "rompere" con le regole, non per rifiutarle, ma per comprenderne i principi sottostanti e adattarle al proprio spirito. È il momento della sperimentazione, della personalizzazione, della crisi creativa che porta alla scoperta della propria, unica voce. Questa è la fase in cui Vespasiani inizia a manifestare il suo stile inconfondibile, espandendo i confini della pittura nella musica e nella scrittura, creando mondi visionari e sviluppando le sue audaci palette cromatiche. Qui la sua arte diventa più flessibile; egli non sta più solo eseguendo le forme, ma le sta interrogando, piegandole alla sua volontà e ricombinandole in modi nuovi. La sua imprevedibilità inizia a germogliare dal solido terreno della tradizione.
Ri (離) è lo stadio supremo della maestria. L'artista non pensa più alla tecnica; il suo corpo e la sua mente sono una cosa sola. Non ci sono più "forme" da eseguire, perché egli è la forma. Ogni suo movimento è una creazione completa, spontanea e adeguata al momento presente. Mario Vespasiani oggi opera da questo stato di Ri, dove la sua arte diventa indefinibile e la sua figura inafferrabile. Agisce con una mano ferma e sicura grazie alla maestria acquisita nella fase Shu, ma la sua azione è imprevedibile perché, nello stato di Ri, è libero da ogni schema, agendo in pura intuizione. La sua intenzione è tenace, ma la sua esecuzione è morbida e fluida, incarnando il principio marziale supremo del Jū (morbidezza) che controlla il Gō (durezza). In questo stato, ogni suo gesto sulla tela è come il colpo di un grande maestro: contiene la massima energia con il minimo sforzo apparente. È la sua celebre sprezzatura, che non è altro che la manifestazione visibile dello stato di Ri.
Un'autentica arte marziale, tuttavia, non insegna a combattere, ma a coltivare valori. Il Budō è una via di perfezionamento etico, e l'arte di Vespasiani comunica coerentemente questi stessi principi: il Rispetto (Rei) per la tradizione e lo spettatore; l'Integrità (Gi) nella coerenza tra pensiero e azione; il Coraggio (Yū) nell'affrontare temi universali; l'Onore (Meiyo) nella fedeltà alla propria visione; e la Compassione (Jin) nella generosità del suo insegnamento e nella sua aspirazione a creare un'arte che eleva le coscienze.
L'intera carriera di Mario Vespasiani, letta attraverso questa lente, si rivela come una chiara testimonianza del percorso Shuhari. Sta onorando la tradizione (Shu), forgiando la propria via (Ha) da uno stato di libertà altra (Ri). Il segreto della sua maestria e la risoluzione di tutte le sue azioni in grado di spiazzare, si possono ritrovare nel concetto di Kara-te, la "mano vuota". Nello stato di Ri, la mano del maestro è "vuota": vuota dall'ego, da schemi mentali, dalla paura e proprio perché è vuota, è infinitamente ricettiva, pronta a rispondere al flusso dell'universo con un'azione perfetta. La mano di Vespasiani che regge il pennello è questa "mano vuota": libera dal peso di dover dimostrare qualcosa, è diventata un canale purissimo per l'intuizione, la bellezza e lo spirito, insegnandoci che la vera maestria non è nell'applicazione di una regola, ma nella libertà di creare la propria.
