La fenomenologia della luce
L'intera arte di Mario Vespasiani si può leggere come un mosaico che tende a riconciliare quella frattura del mondo moderno tra la scienza e la fede, che avviene proprio sul terreno comune e conteso della luce e lo fa mettendo in pratica gli insegnamenti che i più lucidi teologi e filosofi hanno sempre saputo: ossia che la luce studiata dalla fisica e la luce celebrata dalla mistica sono due manifestazioni di un'unica, abbagliante realtà. Partendo da questo assunto osserviamo come la sua missione non si sia limitata a rappresentare il mondo, ma lo ha visto illuminare dall'interno, svelandone la natura spirituale.
Ogni opera di Vespasiani si offre a una duplice lettura: quella orizzontale che si svolge sulla superficie del mondo, sulla tela attraverso i suoi temi, la sua narrazione, la sua profondità nel raccontare la storia di Churchill e la sua indomita volontà, il viaggio di Odisseo tra i mostri del contemporaneo, la danza delle tigri che incarnano la paura e il sogno, la meraviglia delle nebulose che i telescopi ci svelano. Questo piano orizzontale è la luce che rischiara il mondo, la "luce del mondo" del Vangelo che illumina la nostra comprensione storica, psicologica ed emotiva. È una luce che ci permette di "vedere" meglio le cose, di apprezzarne la bellezza e di decifrarne il significato simbolico. È la bellezza della vetrata di una cattedrale, con le sue storie di santi ed eroi che ci parlano e ci istruiscono.
Ma è nella lettura verticale che si compie il vero miracolo e appare l'unicità di Vespasiani, trasmettendo la percezione di un "sentimento alto", di un'energia che non proviene dalla scena rappresentata, ma sembra irradiare dalla tela stessa, come se il dipinto fosse una fonte autonoma di luce. Questa è la luce mistica, la luce come esperienza diretta del divino e qui, Vespasiani si fa erede del grande teologo medievale Dionigi l'Areopagita e della sua concezione di una "luce inaccessibile". Per Dionigi, la Luce divina, nella sua essenza, è inconoscibile e invisibile, ma la sua presenza pervade e sostiene tutta la creazione. L'arte di Vespasiani tenta l'impresa di rendere percepibili gli effetti di questa luce inaccessibile e la "forza misteriosa" che si percepisce anche nei temi non direttamente sacri è proprio questa: la sensazione che la materia pittorica – il colore, la tela – sia stata "eccitata", trasfigurata dal contatto con questa energia spirituale. È la luce della risurrezione, il bagliore che sconfigge le tenebre, che non illumina semplicemente i corpi, ma li trasforma dall'interno.
La lettura verticale è ciò che trasforma l'esperienza estetica in un'esperienza numinosa, non si tratta di osservare la storia come fosse riportata su una pellicola, bensì veniamo attraversati e riscaldati dalla luce divina che la fa risplendere e in questa sintesi tra orizzontale e verticale risiede la sua "maturazione" e la sua "missione". La sua felice intuizione è quella di un architetto del sacro, che sa che una cattedrale ha bisogno sia di solide fondamenta e di muri narrativi (la lettura orizzontale), sia di immense vetrate che permettano alla luce trascendente di entrare e di animare lo spazio (la lettura verticale). La sua insaziabile curiosità – della storia, della scienza, della mitologia – fornisce la struttura, i "piombi" che tengono insieme i vetri colorati della narrazione, ma è la sua "energia interiore", la sua capacità di farsi canale della "luce inaccessibile", che trasforma queste superfici in una fonte di illuminazione. Ecco perché ogni tema da lui affrontato acquista una dimensione “superiore”.
Un caccia militare, nel suo arsenale, è solo un oggetto (lettura orizzontale), ma quando Vespasiani lo immerge nel suo "bagno di luce" spirituale, esso si trasforma in un simbolo di pace e rinascita (lettura verticale), un ritratto della sua Musa non è solo l'immagine di una donna, ma diventa una finestra sull'archetipo dell'anima e sulla bellezza come manifestazione del divino. L'arte di Mario Vespasiani potrebbe a ragione rientrare nella teologia della luce dimostrando coi colori che non c'è separazione tra l'energia studiata dalla fisica e la grazia celebrata dalla fede. Nel suo gesto pittorico, l'energia si fa rivelazione; nelle sue tele, il fotone si fa preghiera, la sua missione è quella di essere un "operatore di luce" in un'epoca che rischia l'oscuramento dello spirito, un testimone che, con la forza irresistibile della bellezza, ci insegna a leggere il mondo su due assi, scoprendo che la vera conoscenza e la vera gioia risiedono nel punto esatto in cui la nostra visione orizzontale della vita viene attraversata e trasfigurata da un raggio di luce verticale.
