Mario Vespasiani intervistato da Luigina Pezzoli per L’Ancora On Line

26 maggio 2026

 

La sua arte viene spesso definita un ponte tra spiritualità, territorio e istituzioni. Si riconosce in questa definizione?

•  Potersi riconoscere in questa meravigliosa quanto generosa descrizione significa avere raggiuto una maturità tale in grado di toccare le vette più alte di vari ambiti - da quello artistico, a quello etico fino a quello spirituale - ma io sono ancora nel pieno del percorso, con tanto ancora da imparare e da sperimentare: certamente mi onora una simile descrizione e se in fondo qualcosa trapela, è probabilmente dato da quell’entusiasmo per la vita, da quell’amore nel fare, con cui provo a “restituire” il bene ricevuto. Viviamo in un tempo frammentato, dove la spiritualità è sempre più relegata nell’intimo, il territorio è di frequente ridotto ad un’espressione geografica e le istituzioni non di rado vengono percepite distanti dalle istanze quotidiane, ma sono convinto che l’arte dal canto suo possieda ancora la possibilità di creare e stimolare connessioni invisibili operando in maniera multidisciplinare: ad esempio quando lavoro non penso a un’opera quale oggetto isolato dal contesto, ma come a una “presenza” capace di rivolgersi ad una comunità come alle energie invisibili, essere traccia di un passaggio e perfino memoria collettiva, dato che pur guardando avanti, si riallaccia a tutti coloro che mi hanno preceduto. Per questo il compito dell’artista contemporaneo, nel pieno del vortice tecnologico, non è quello di aggiungere “rumore” alle immagini, ma di restituire “densità” alle emozioni essenziali. In questo senso spiritualità, territorio e istituzioni non sono realtà opposte, quanto aspetti diversi della stessa esperienza umana. La spiritualità senza radici rischia di diventare ricerca astratta; il territorio senza visione spirituale si riduce a superficie da consumare; le istituzioni senza una tensione poetica perdono il contatto col fluire della vita. L’arte allora può creare un dialogo tra questi mondi, grazie al suo abbraccio che non costringe e spero che il mio lavoro riesca ad esprimere e a custodire questo equilibrio.

Nelle sue opere dedicate al sacro sembra esserci sempre grande essenzialità e profondità interiore: cosa significa per lei dipingere il sacro oggi?

• Significa prima di tutto “difendere il mistero”. Viviamo in un’epoca che tende a spiegare tutto, consumare, esporre persino le emozioni private, mentre il sacro che ci avvolge richiede silenzio, attesa, contemplazione per potersi svelare e per questo sento il bisogno di un linguaggio vasto nella visione ma essenziale nell’azione, dove il vuoto abbia la stessa importanza della materia dipinta. Non credo che il sacro coincida necessariamente con l’iconografia religiosa tradizionale: può manifestarsi all’improvviso in una certa luce del giorno, in una sospensione inaspettata di certi programmi, in una vibrazione capace di toccare uno spazio interiore. Per me la pittura non deve imporre una verità, ma creare le condizioni affinché ciascuno possa ascoltare qualcosa di sé che normalmente resta sommerso dalle preoccupazioni del mondo. Oggi il gesto più rivoluzionario non è stupire, quanto lasciarsi stupire dalla bellezza del creato, solo allora potrà affiorare una “ricchezza” che non nasce dall’eccesso, bensì dall’essenzialità. Esattamente come quando si tolgono elementi da un’opera non si tratta di impoverire l’immagine, quanto di avvicinarla ad una verità più nuda, più luminosa e forse proprio per questo più spirituale. Scrivevo in un recente editoriale: il destino ultimo dell’arte è quello di ricondurre l’essere umano verso l’Origine da cui proviene, non come evasione dalla realtà oggettiva, ma come ritorno alla verità più profonda dell’esistenza, perché ogni autentico atto creativo è, in fondo, una “preghiera della materia”, un flusso tramandato da ogni generazione, che tenta di ritrovare la fonte dalla quale ha iniziato a scorrere.

Una sua opera commissionata dalle Guardie Svizzere Pontificie è presente nell’Aula Paolo VI. Che valore ha avuto, umanamente e artisticamente, questo riconoscimento?

• L’opera che mi è stata commissionata dalle Guardie Svizzere Pontificie e collocata nell’Aula Paolo VI nel giorno per loro più rappresentativo – quello del giuramento - mi ha fatto verificare di persona nel contesto centrale per la nostra fede, come l’arte riesca ad attraversare il tempo mantenendo intatta la propria vocazione, di testimonianza e di “porta” verso l’altrove. Quando un’opera entra in un luogo del genere, smette di appartenere soltanto all’autore per diventare parte di un patrimonio collettivo che non è solo artistico, mettendosi sulla scia di un dialogo millenario tra uomini e memoria, storia e fede. Questo mi ha confermato che la pittura non è decorazione, bensì custode di una funzione prossima alla religione: creare uno spazio di raccoglimento e di lode, di meraviglia e di interrogazione interiore. Il contrasto tra la limitatezza del gesto pittorico - qualcosa di umano, imperfetto, intimo - e la dimensione universale della Chiesa mi ha fatto pensare come la vera arte non nasca dall’ambizione di essere perenne, ma dalla sincerità di un gesto autentico, che aspira a creare con (e nei capolavori perfino come) Dio.

Ci può descrivere la grande tela esposta in Vaticano?

• L’opera si intitola "Mater Ecclesia - 1527 i custodi della Fede" ed è un dipinto ad olio su tela di grande formato, che mi è stato commissionato dalle Guardie Svizzere Pontificie e realizzato appositamente in occasione della commemorazione del quinto centenario del Sacco di Roma. Il quadro ripercorre uno degli episodi più drammatici della storia italiana ed europea del cinquecento, quando il 6 maggio 1527 un esercito composto prevalentemente da lanzichenecchi tedeschi, occupò la Città compiendo incendi, saccheggi e devastazioni di ogni tipo. Descrive il drammatico momento della città in fiamme, raffigurando però non le ben note violenze (anche perché ben documentate da pregevoli dipinti del passato), quanto l’aspetto eroico delle Guardie Svizzere e quello simbolico universale di una Chiesa, rappresentata dalla Basilica di San Pietro (che sarebbe stata ultimata esattamente un secolo dopo), che appare nel suo splendore sullo sfondo irradiata da un caldo sole. L’opera celebra la fedeltà alla missione e il valore delle Guardie Svizzere che attraversano la scena in salita (simbolo delle difficoltà) dopo aver messo in salvo Papa Clemente VII a Castel Sant’Angelo fanno da corona ad una mamma con la sua bambina metafora della "Mater Ecclesia". Un’opera in cui ho cercato di rappresentare l’evento storico nel suo aspetto più alto e simbolico, ma anche quello eterno di una Chiesa che è amore, fede e servizio

Recentemente una sua opera è stata donata a Papa Leone XIV dalla Capitaneria di Porto di San Benedetto del Tronto: che emozione ha provato nel sapere che quel lavoro sarebbe arrivato al Pontefice?

• Mi è sembrato un grande onore, perché ho sentito che quel lavoro avrebbe compiuto un suo viaggio simbolico prima ancora che fisico. Mi ha suggestionato l’idea che un’opera nata sul mare Adriatico, in un territorio aperto sull’orizzonte marino e protetto dall’abbraccio degli Appennini, potesse arrivare fino al Pontefice come testimonianza di una comunità intera. Questi sono momenti in cui si comprende meglio come l’arte non appartenga più soltanto al singolo, ma diventi una forma di linguaggio condiviso, di valori umani e segni da tramandare. In quel gesto ho associato la dignità del mio lavoro quotidiano a quello degli uomini del mare, il senso di fiducia e precarietà, ricerca sincera e attesa. Emoziona pensare che un’opera possa attraversare lo sguardo delle persone, luoghi e istituzioni mantenendo intatta la propria identità, fino a farsi testimone di una caratteristica essenziale dell’arte: creare relazioni tra mondi apparentemente lontani.

L’opera realizzata per i cinquant’anni della Capitaneria colpisce per l’uso quasi di un solo colore e per quel segno blu così elegante e simbolico. Come nasce questa scelta?

• La scelta di lavorare quasi su un unico colore nasce dal desiderio di raggiungere una forma di verità essenziale: il blu non richiama semplicemente il mare quanto una condizione interiore, è profondità, pace, silenzio, infinito. Mi interessava indagare questa possibilità, che un solo colore potesse diventare esperienza di “trasparenza” e non soltanto descrizione visiva. Quando si riduce la tavolozza, ogni minima variazione acquista un’intensità diversa, quasi musicale e in quel lavoro volevo che il segno emergesse come una presenza essenziale ma viva, come qualcosa capace di evocare il mare senza descriverlo minuziosamente. Credo che oggi siamo troppo abituati a immagini che cercano continuamente di impressionare e “riempire”: dal canto mio sento invece il bisogno di creare quadri di “respiro”, che chiedano allo sguardo di sostare e poi di aprirsi al proprio viaggio. Allora il blu, colore della distanza e del mistero, predominante sull’opera, lascia inaspettatamente spazio al bianco come fosse la scia di una barca, che consegna la sua espansione non ad una descrizione propriamente realistica, ma sulla riva della nostra appartenenza.

In quel lavoro il mare sembra diventare metafora di servizio, profondità e speranza. Quanto il mare e la memoria marinara del territorio influenzano la sua ricerca artistica?

• Il mare ha inciso profondamente nella mia sensibilità perché non è soltanto un paesaggio: è una scuola interiore e chi cresce accanto ad esso impara presto il senso del limite, dell’attesa e dell’infinito. Il mare cambia continuamente ma resta sempre se stesso; è forza e delicatezza insieme, e credo che questa ambivalenza sia entrata naturalmente nella mia pittura. La pelle del nostro territorio porta con sé valori umani fondamentali: solidarietà, sacrificio, rispetto per ciò che non si può controllare completamente, concetti che appartengono anche alla dimensione spirituale dell’esistenza. Per questo nelle mie opere il mare non è una semplice rappresentazione naturalistica, diventa metafora della condizione umana. Mi interessa quel senso di orizzonte che porta dentro di sé, quel confrontarsi con ciò che supera l’uomo ma che, nello stesso tempo, lo invita continuamente a cercare. In fondo anche la pittura nasce da questo movimento: un tentativo di avvicinarsi a qualcosa che non si potrà mai possedere del tutto.

Lei riesce a raccontare l’identità di una comunità attraverso forme molto essenziali. Quanto conta, per lei, togliere invece che aggiungere?

• Togliere è un gesto profondamente etico oltre che estetico. Come dicevo viviamo in un’epoca dell’accumulo: immagini, parole, informazioni, stimoli continui e l’arte rischia spesso di diventare complice di questa saturazione, io sento invece che il compito della pittura sia di creare uno spazio “di libertà di essere”, di offrire un’area protetta dove potersi estraniare per “ri-conoscersi”. Quando elimino elementi da un’opera non sto cercando il minimalismo come stile, ma una forma di autenticità, in cui ogni segno deve avere una necessità. Mi interessa arrivare a un’immagine che sembri quasi inevitabile, come se non potesse essere diversa da così. Se ci pensiamo anche l’identità di una comunità, in fondo, non si racconta attraverso la quantità degli elementi caratteristici che offre, quanto mediante alcuni simboli essenziali, capaci di custodirne la memoria: nel dipinto a volte basta un colore, una vibrazione data dalle sue sfumature per evocare e far riconoscere l’appartenenza. L’essenzialità non riduce il significato: lo concentra.

La sua pittura sembra invitare alla contemplazione più che al rumore. È una scelta anche contro la velocità del nostro tempo?

• Credo che la mia pittura rifletta una forma di “resistenza poetica” alle contraddizioni contemporanee: prendiamo le immagini che vengono viste e dimenticate nel giro di pochi istanti, io sento il bisogno di un’arte che sia uno strumento di conoscenza non di intrattenimento o di appagamento dello sguardo. La contemplazione a cui mi riferisco non è passività, bensì è una forma molto profonda di attenzione e forse oggi questo tipo di concentrazione è diventata una delle facoltà più rare. Quando una persona si ferma davanti ad un certo tipo di opera e resta in ascolto, accade qualcosa che va oltre l’estetica: si crea uno particolare spazio interiore e in questo modo l’immagine continua a “lavorare” dentro chi la incontra anche dopo il primo sguardo. Ecco, credo che la pittura possa ancora offrire un’esperienza quasi meditativa, capace di allentare delle tensioni ed aprici all’essenziale. In questo senso tale rapporto uno ad uno non è assenza di dialogo, ma una relazione molto intensa.

Quanto il legame con Ripatransone e con il territorio marchigiano continua a nutrire il suo immaginario?

• La relazione con Ripatransone e con le Marche continua a essere una componente fondamentale della mia ricerca perché certi luoghi non smettono mai di “edificarti intimamente”. Hanno dato la vita alla mia famiglia, quindi c’è quella componente indissolubile, che tiene insieme passato, presente e prospettive future. Come le donne più affascinanti, è una terra che non cerca di farsi notare ma custodisce nella sua naturalezza un’intensità - per potenziale e mistero - non comune e credo che questa caratteristica sia entrata istintivamente nella mia pittura. La luce adriatica, le colline e le vette azzurre sullo sfondo, il rapporto vertiginoso tra le altezze, il senso del tempo e del sacro: tutto ciò ha formato il mio sguardo prima ancora della mia tecnica. Anche quando lavoro altrove, sento che il mio immaginario continua a nutrirsi di tale “dimensione”. Per questo non considero il territorio d’origine come un limite ma come un patrimonio, dove le radici riescono ad espandersi per dialogare con il mondo, restando fedeli alla propria missione.

Quando un’opera entra in luoghi simbolici come il Vaticano, sente che cambia anche la responsabilità dell’artista?

• Un’opera è sempre predisposta all’incontro e inevitabilmente anche la responsabilità dell’artista è, o dovrebbe essere, attenta a queste dinamiche. In queste situazioni si comprende con maggiore evidenza che l’arte non è soltanto espressione individuale ma anche testimonianza e condivisione collettiva. Penso allora che una delle responsabilità non sia quella di “sentirsi all’altezza” di un luogo prestigioso, quanto di “verificare” l’autenticità che ha spinto a creare: chiedersi se l’opera abbia saputo reggere e tramettere il messaggio autentico. In tali contesti simbolici si avverte ancora di più il valore della missione che ognuno di noi si è dato. E pur comprendendo di essere dentro una storia molto più grande di noi, questa consapevolezza diventa liberatoria: ci ricorda che l’arte non serve ad affermare se stessi, ma a creare una possibilità di dialogo tra l’uomo e ciò che lo trascende.