LA PACE DEI PADRI di Mario Vespasiani
19 Gennaio 2026
La luce del giorno dona chiarore allo sguardo, scalda la terra, incoraggia il passo. E noi camminavamo nei vicoli stretti, quelli dove il tempo non ha fretta, dove le tende escono dalle finestre per dare un benvenuto alle correnti e alle farfalle. Le osterie rimaste aperte ancora odoravan di legno di botte e vino, i rigattieri lungo la via descrivevano i loro oggetti come superstiti, di storie che hanno lasciato il segno e gli artigiani ripetendo gesti antichi, innalzavano gli oggetti come preghiere. Ogni passo era un andare e tornare, un appoggiare e riprendere, come se il mondo respirasse a pieni polmoni quelle melodie, quei ritmi lasciati infrangere sulle coste del ricordo. Insieme a noi. Irradiati di sole e di voci straniere, nell’incrocio di mani a determinare non una chiusura ma un accordo fondato sul contatto umano.
Un volto, di un uomo piegato dall’esperienza, sedeva accanto a un’immagine sacra talmente consumata da sembrare uno spirito, come fosse una sua prosecuzione che al contrario non ci spinse avanti ma ci fece fermare. Le pietre sotto i piedi erano levigate da passaggi infiniti: segni concreti e fragili, come la sabbia rimasta sui sandali dopo un lungo viaggio. La porta di una bottega era aperta, una finestra socchiusa pronta a battersi il petto al primo accenno di corrente. Dentro, un grande tavolo da lavoro, utensili posati con rispetto, un sacro cuore, e più in là facevano capolino le rose rampicanti che dall’esterno risalivano il muro. Le dita - le sue - segnate dal lavoro e dalla tenerezza, capaci di costruire, d’incidere con decisione, ma senza ferire. L’uomo nuovo non è un eroe di battaglie sanguinose, ma porta con sé il sacrificio della dedizione, la cicatrice della promessa. Uno che non amava viaggiare, eppure per amore di un figlio aveva conosciuto l’esilio. Non parlava molto e proprio per questo sapeva ascoltare. Sostenuto daquell’ambita per noi tutti, pace interiore e questa affiorava nei modi ma soprattutto nello sguardo, che al mondo sarebbe apparsa come debolezza, per noi era decisione. Restare, proteggere, tacere quando il chiasso avrebbe fatto sovrastato il pensiero.
Di lui restava un bastone, che si diceva, fosse adornato di figure celesti, di stelle comete. Non un’arma, ma un sostegno per spingersi oltre, per guardare nel profondo, dove l’ancora di ciascuno non trova fondo. Per i viandanti, per gli esiliati, per i figli che cercano una direzione. Ereditato da colui che, un giorno, non gli fu più accanto ma che imperterrito continuò a cercare in giro, dato che nessuno sapeva dove fosse andato. Non si spiegava il perché di quella sparizione improvvisa. Entrambi da soli su due pianeti diversi, su due piani dello specchio che ognuno riflette sanza lasciar trasparire il resto. E allora la domanda tornava, antica come la paura di aver perso il filo: Babbo, dimmi dove sei? La risposta arrivava sempre in modo inatteso. Dalle farfalle d’autunno in volo sulla moglie alla luce meridiana che irradiava sua madre, dal film preferito visto dall’inizio o nel suo libro apparso in TV nei momenti in cui si era sul confine della vita. Poi una radio accesa all’improvviso, da cui i versi di una canzone, mentre qualcuno sistemando una porta, un’anta come a fargli largo, intonava: la pace non è trattenere, ma fare spazio, come la vita, non è rinchiudere ma liberare. È sapere quando restare e quando farsi da parte, èfidarsi che l’amore continua anche senza la presenza.
Come si può raffigurare tutto ciò con quadro? Eppure dobbiamo dipingere il capolavoro definitivo, quello che parla all’uomo di ogni tempo. Lo so! La vita ci è stata offerta in dono per attuare questa trasformazione: è fatta per compiere il viaggio, per fare esperienza, maturare, sino all’elevazione d’anima e con essa del corpo, nell’auspicio di fonderci col creato e con ciò, di provarci fino allo sfinimento. Un giorno un consiglio semplice lo disarmò, che poi è il senso di ogni scultura, di ogni vita modellata ad arte: non devi aggiungere, devi togliere. Il ragazzo diventato uomo in un giorno, capì allora che c’era qualcosa di troppo. Sentiva la pressione invadere il suo corpo. Restò immobile, nel silenzio che consente alla testa di decollare, dal corpo, con tutti i pensieri in moto. Immaginò allora - ma forse era reale - di sentirsi appoggiare una mano sulla spalla, come se ci fosse anche lui dentro “l’altro” paesaggio. In quell’istante comprese: la pace nasce quando smetti di occupare il centro, di pianificare tutto e permetti all’altro di compiere la propria missione. Così aveva deciso il padre: non lo aveva abbandonato, aveva scelto di non essere un ostacolo, si era fatto strumento, grinta di tigre, respiro profondo. La sua assenza non era una sconfitta, una perdita immeritata, ma un atto di fiducia, un modo diverso di amare, un modo per dire di darsi ancor più da fare. Ed oggi, camminando tra le nostre strade reali, dove i moti di guerra e di divisione non sono a riposo, quella pace dei giusti ci accompagna, non ci illude, né ci fa distrarre, ma in quanto forza aggiuntiva ci osserva - è vero – e ci mette alla prova, ricordandoci che la vera conquista è “custodire il fuoco”. Tra cielo e terra, il bene e il ricordo, l’esempio e il valore, tra padri e figli, la pace continua a passare, ad essere tramanda fino a scendere attraverso ciascuno sulle Nazioni – leggera ma costante, come il passo del gatto di casa che non fa rumore.