L'artista come navigante dell'ignoto
Da sempre la figura dell'esploratore ha incarnato il desiderio umano di andare oltre il conosciuto, di spingersi al di là della mappa per scoprire nuovi mondi e se applichiamo questa metafora al panorama dell'arte contemporanea, possiamo vedere in Mario Vespasiani uno dei più arditi e temerari navigatori del nostro tempo. La sua ricerca, lunga e complessa, non è quella di un colono che si stabilisce in un territorio stilistico, ma quella di un pioniere che organizza continuamente nuove spedizioni, spinto da pura sete di conoscenza. Il suo genio, tuttavia, risiede nel non essere un solo tipo di esploratore. Nel corso della sua carriera, egli ha saputo essere, alternativamente e talvolta simultaneamente, un esploratore geografico, che mappa nuovi linguaggi; un esploratore verticale, che sonda gli abissi dell'inconscio e le vette del cosmo; un esploratore archeologico, che dissotterra le sapienze perdute; e, infine, un esploratore visionario, che viaggia oltre i confini della realtà materiale.
Come i grandi navigatori del passato, da Magellano a James Cook, che hanno ridisegnato la mappa del mondo, Vespasiani ha passato la sua carriera a tracciare rotte e a scoprire nuovi "continenti" espressivi. La sua prima grande esplorazione è stata quella di andare oltre i confini della pittura stessa, dimostrando che si può "dipingere" con la musica, con la parola scritta e con l'installazione, ampliando così la mappa dell'arte e mostrando come i diversi media non siano isole separate, ma parte di un unico, grande arcipelago creativo. In cicli come "Fuori Campo", ha agisto come un vero e proprio cartografo di mondi inesistenti: creando le sue "città immaginarie" prima in argilla e poi trasfigurandole sulla tela, compiendo un'operazione di esplorazione pura, restituendoci una cronaca visiva di un mondo che non c'era. L'impatto di questa esplorazione geografica è profondo, poiché dimostra che, anche in un'arte che sembra aver già detto tutto, esistono ancora immense terrae incognitae, nell’alto mare aperto delle emozioni.
Tuttavia, l'esplorazione di Vespasiani non si limita alla superficie, ma si spinge nelle due direzioni più estreme: verso il basso come verso l'alto. Nel ciclo "Underworld", egli si trasforma in un oceanografo dell'anima, come Jacques Cousteau che ha svelato le meraviglie e i mostri del mondo sottomarino, Vespasiani s’immerge nell'inconscio collettivo, riportando alla luce una fauna archetipica che popola le nostre profondità interiori. All'opposto, in cicli come "Empireo" o "Eschatology", intraprende un'esplorazione spaziale e come Yuri Gagarin osserva il mondo dall'alto, raggiungendo una prospettiva "altra", dove la realtà si trasfigura in una "pittura aurorale". La sua scoperta qui è quella di una possibile "assenza di gravità" dell'anima, di uno stato di coscienza superiore. Queste esplorazioni verticali ci mostrano i confini della nostra stessa interiorità e la sua arte diventa una navicella spaziale che ci permette di visitare abissi e vette del nostro animo.
Un'altra fondamentale direttrice di viaggio di Vespasiani è quella a ritroso nel tempo, infatti agisce come un archeologo dello spirito, convinto che il passato non sia un cumulo di rovine, ma un giacimento di tesori dove i suoi dialoghi con i grandi maestri non sono semplici omaggi, ma veri e propri "scavi". Come Howard Carter che apre la tomba di Tutankhamon, Vespasiani riattiva l'energia dei giganti del passato nel presente e il suo sapiente uso di simboli universali è un lavoro di decifrazione: come un egittologo che interpretando un geroglifico, ne recupera il significato originario e la potenza sacra. Questa esplorazione archeologica funge da antidoto all'amnesia del presente, riconnettendoci alle nostre radici culturali e spirituali e donando alla nostra esistenza uno piano poco considerato.
Infine, la forma più alta e originale della sua esplorazione è quella che trascende ogni mappa: il viaggio del visionario. In questo, Vespasiani assomiglia a un pioniere come Marco Polo, i cui racconti erano così straordinari da sembrare mito, o, ancora di più, a uno sciamano, il cui viaggio non avviene nello spazio fisico, ma nei mondi dello spirito. Le sue opere più mistiche sono i resoconti di queste spedizioni nell'invisibile e ciò che scopre non sono nuove terre, ma nuovi "stati dell'essere". La sua arte non si limita a mostrarci un "altrove", ma mira a condurci lì, a farci sperimentare un "attraversamento". L'impatto di questa esplorazione visionaria è il più trasformativo, poiché tocca direttamente la nostra anima, mostrandoci che il "Nuovo mondo" è, in realtà, un più elevato stato di coscienza.
L'analisi di Mario Vespasiani come esploratore ci restituisce l'immagine di un artista completo e coraggioso: un geografo che allarga i confini dell'arte, un navigatore verticale che sonda la coscienza, un archeologo che riconnette alla nostra memoria e un visionario che indica una possibile via. In un'epoca che sembra aver perso il senso dell'avventura, la sua opera è un potente richiamo e dunque la sua più grande scoperta, il suo merito più importante, è di aver dedicato la sua intera vita a mappare il vasto e ancora largamente sconosciuto continente interiore. Il suo lavoro è la summa di queste esplorazioni: un atlante prezioso offerto come incoraggiamento a diventare pionieri della nostra propria avventura.
