Mario Vespasiani e la via dei grandi misteri

Mario Vespasiani e la via dei grandi misteri

In una società che idolatra la spiegazione scientifica e che teme la soglia dell'ignoto, l'opera di Mario Vespasiani si pone come una radicale e coraggiosa affermazione del valore del mistero. La sua intera carriera non è un tentativo di "svelare realtà fisiche", ma un percorso iniziatico che usa la realtà fisica – una stella, un fiore, il volto umano – come una porta d'accesso a una comprensione più profonda di sé, della natura e del divino. La sua arte, dunque, non è un compendio di risposte, ma di domande; non chiarisce, ma rivela, nel senso etimologico di "togliere un velo" per mostrare non una nuda verità, ma un mistero ancora più grande. In questo, Vespasiani agisce non da semplice artista, ma sembra quasi vestire i panni di moderno mystagogue: sacerdote dei Grandi Misteri dell'antichità, colui che non spiega il rito, ma guida l'iniziato a viverlo. Il suo "lavoro su se stesso" si configura così come un Opus Magnum contemporaneo che trova paralleli sorprendenti in alcune delle più grandi figure di cercatori della storia.

Il metodo di Vespasiani si fonda su un'inversione di prospettiva rispetto all'approccio moderno: non parte dall'esterno per capire l'interno, ma parte dall'interno per capire l'esterno. La sua è una triplice indagine, perfettamente integrata. Il primo campo di esplorazione è la sua stessa anima; ogni opera è l'esito di un profondo "lavoro su se stesso", sulla propria "maturità interiore". È una discesa nell'"Underworld" della psiche per forgiare il proprio carattere e diventare un canale più puro. Una volta purificato lo sguardo, egli può guardare il "libro della natura" e "decifrarlo" non con l'occhio del biologo, ma con quello del veggente, cercando le analogie e le corrispondenze tra "ciò che è in alto e ciò che è in basso". Attraverso questa duplice comprensione di sé e della grammatica segreta della natura, egli si avvicina infine alla sorgente ultima: il Divino. Vespasiani ritiene che se ogni cosa, dal microcosmo al macrocosmo, è connessa da leggi analoghe, significa che esiste un'unica Intelligenza che le ha scritte e dunque la sua arte è il tentativo di entrare in risonanza con essa.

Questo approccio pressoché unico ai giorni nostri, colloca l'artista in una genealogia di spiriti affini. Con i dovuti paragone il riferimento più ovvio è con Leonardo da Vinci, l'uomo che, più di ogni altro, ha incarnato la sintesi tra arte, scienza e mistero. Come Leonardo, Vespasiani è un polimata che esplora discipline diverse per cercare un principio unificante; se Leonardo studiava i vortici dell'acqua per capire le ciocche dei capelli, così Vespasiani studia la natura per capire l'anima, se Leonardo con il suo sfumato ha velato i contorni delle figure per immergerle nel mistero, così Vespasiani, con le sue pennellate vibranti, dissolve i confini del visibile per alludere a una realtà più vasta. Nel novecento un'altra mente affine è decisamente quella di Carl Gustav Jung il cui viaggio nell'inconscio collettivo è esattamente ciò che Vespasiani compie con i suoi strumenti artistici; i suoi simboli ricorrenti – il Cavaliere, l'Albero, la Musa – sono i grandi archetipi junghiani. Il suo intero percorso riecheggia il processo di individuazione descritto da Jung: un cammino per integrare luce e ombra al fine di diventare un Sé completo, e la sua arte è la mappa visibile di questa integrazione. Infine, il parallelo più esoterico ma forse più calzante è con l'alchimista medievale il quale non cercava di trasformare il piombo in oro per arricchirsi, ma usava il lavoro sulla materia come supporto simbolico per la trasmutazione della propria anima. L'Opus Magnum era un'opera interiore e Vespasiani compie la stessa operazione: lavora sulla "materia vile" dei pigmenti e della tela per compiere un'opera di trasmutazione spirituale, cercando non un oggetto di lusso, ma quella "pietra filosofale" che consiste in un'opera capace di "guarire" lo sguardo ed elevare la coscienza.

Cosa scopre, dunque, Vespasiani in queste sue esplorazioni? Non fatti, ma stati dell'essere: momenti di profonda coerenza interiore, di gioia, di connessione sentita con il divino. L'impatto sull'animo dello spettatore non è quello di ricevere una risposta, ma di essere iniziato alla stessa domanda. La sua arte non ci dice qual è il significato della vita; ci mette di fronte a opere così cariche di significato da costringerci a cercare il nostro. L'effetto miracoloso del suo lavoro è questo: risvegliare in chi guarda la stessa nostalgia per il Mistero e lo stesso desiderio di intraprendere il proprio cammino.

n un mondo che tende a profanare ogni cosa, a spiegare ed etichettare ogni esperienza, il contributo più radicale di Mario Vespasiani è quello di porsi come un umile e tenace custode del sacro mistero. Il suo percorso, così affine a quello di Leonardo, Jung e gli alchimisti, dimostra che il fine ultimo di una vita pienamente realizzata non è risolvere l'enigma dell'esistenza, bensì diventare così interiormente maturi e spiritualmente aperti da poter abitare quel mistero con coraggio, rispetto e una gioia infinita. La sua missione può essere allora vista come un invito costante a intraprendere questo cammino, ricordandoci che il più grande dei misteri, quello che vale una vita intera di ricerca, non è fuori, ma dentro di noi.

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