L’eleganza del gesto: la sprezzatura tra arte e vita
Il primo incontro con l’opera di Mario Vespasiani è, quasi invariabilmente, un'esperienza di emozione visiva. Prima che la mente possa interrogarsi sui significati, è l'occhio ad esser catturato dalla sapienza cromatica, la sua superficie pittorica è difatti un campo di forze vive, orchestrato da un gesto che possiede la duplice qualità quella affilata della decisione e quella suadente della carezza. I colori adoperati – i blu cosmici che sembrano contenere la polvere di stelle, i rossi che vibrano, gli ori che non riflettono la luce ma sembrano emanarla – non si limitano a convivere, ma dialogano e creano una melodia visiva. Si percepisce in questo l'eco dei grandi coloristi della tradizione adriatica, da Lorenzo Lotto a Tiepolo: la stessa fede nel colore come veicolo primario dell'emozione, la stessa capacità di costruire la forma e la profondità attraverso il timbro tonale piuttosto che attraverso la severità del disegno. Eppure, non si tratta di un omaggio accademico; Vespasiani spinge questa antica dottrina verso una dimensione ulteriore, quasi ultraterrena; la sua pittura è un veicolo che, al contempo, suggerendole genera nuove prospettive e lo spettatore, anche se non se ne rendesse conto, percepisce che ciò che gli appare di fronte non è il punto d'arrivo, ma l’inizio di una traiettoria ben più vasta.
Iniziando ad esplorare, scoprendo la vastità del suo immaginario, ci si accorge che dietro ogni scelta compositiva si stende una fittissima rete di riferimenti, una trama invisibile di sapere che connette mondi apparentemente distanti. Vespasiani si rivela un artista-ponte, un pioniere che attraversa le frontiere delle discipline con una disinvoltura che sorprende. Un po’ come il suo studio, che non è solo un atelier, ma una biblioteca, un osservatorio privilegiato e persino un tempio. Emerge il suo dialogo con i maestri dell'arte, non come citazioni ma come conversazioni tra pari; si svela il suo interesse per la fisica quantistica, che gli permette di dipingere un Empireo che è, allo stesso tempo, il paradiso di Dante e un'eco delle immagini del telescopio Hubble; si viene a conoscenza della sua profonda conoscenza delle filosofie orientali, che informano la sua ricerca dell'essenziale. A ciò si aggiunge la sua creazione musicale e letteraria, che dimostra come la sua visione vada ben oltre il medium pittorico. Di fronte a tale ricchezza, si comprende che la sua arte non è il prodotto di un'intuizione isolata, ma di una sintesi intellettuale di rara ampiezza, non a caso lo hanno definito “un artista rinascimentale”, un "uomo universale" che dimostra come arte, scienza e spiritualità non siano che linguaggi diversi per narrare l'unico, grande mistero dell'esistenza.
Un artista capace di governare una tale complessità con apparente leggerezza, ha la sua cifra umana più distintiva in quella nonchalance che è il frutto più maturo della sua etica: la sprezzatura. Si scopre che la sua eleganza da "gentleman" non è una maschera, ma l'espressione di un ordine interiore ferreo; dietro la scioltezza del "capitano" si cela la disciplina inflessibile del "samurai"; dietro la visione audace del "pioniere", c'è la pazienza del "contemplativo" che dedica un tempo incalcolabile allo studio e alla meditazione. Questa fusione di opposti – rigore e libertà, disciplina e spontaneità – gli permette di nascondere lo sforzo, rendendo la sua maestria una seconda natura, per questo il suo gesto appare così libero: non c'è più separazione tra l'uomo che si prepara e l'artista che crea. L'uomo è il suo gesto e questa integrità tra l'essere e il fare è la firma del suo carisma, una coerenza così rara da apparire quasi epica.
Infine, un ultimo strato: la sorgente della sua visione, ed è qui che si tocca un altro aspetto essenziale, Vespasiani non si pone mai come il creatore assoluto della sua opera, ma piuttosto come un canale, un'antenna sensibile che capta e trasmette energie da un "altrove". Nucleo della sua filosofia spirituale e perfino ragione per cui firma le opere sul retro, sottraendo il suo ego dalla scena per lasciare che sia l'ispirazione a parlare. È il motivo per cui nella sua arte si percepisce "lo sguardo degli eroi, il bacio dei santi", come se egli fosse "costantemente tenuto per mano". La sua nonchalance non è solo frutto di abilità tecnica, ma di una profonda fiducia spirituale che lo libera dalla paura del giudizio e gli permette di essere imprevedibile, guidato da correnti invisibili. La sua arte diviene così una testimonianza, la prova tangibile che un "passaggio dimensionale" è possibile. In definitiva, descrivere Mario Vespasiani significa narrare una storia d’unificazione di livelli superiori. Di un artista che sta lavorando sui confini tra pittura, musica e letteratura; tra cultura occidentale e sapienza orientale; tra scienza e mistica; e soprattutto, tra la sua arte e la sua vita, dove l’apparente semplicità è il culmine della complessità e la leggerezza è il frutto di una costante disciplina. La sua vasta e poliedrica produzione non è la somma di innumerevoli progetti, ma il dispiegarsi di un'unica, lucida visione del mondo. Vespasiani pioniere e custode, samurai e poeta, ma al di là di ogni definizione, rimane un testimone credibile e necessario del fatto che, anche nel cuore della nostra epoca disincantata, l'arte può ancora essere un cammino sacro, una forma di conoscenza e un ponte luminoso verso l'eterno.
