Mario Vespasiani artista Polytropos

Mario Vespasiani artista Polytropos

Per comprendere l'essenza più profonda e la traiettoria di lungo corso di un artista come Mario Vespasiani, le categorie della critica d'arte contemporanea si rivelano spesso insufficienti. La sua figura, per la vastità degli interessi e la natura della sua ricerca, esige un metro di paragone più antico e universale. E non esiste, forse, nell'intero canone occidentale, un modello più calzante del poema omerico dell'Odissea, la narrazione per eccellenza del viaggio, della prova e del ritorno a casa. L'intera carriera di Vespasiani, fin dagli esordi, può essere letta come una moderna e personalissima Odissea, un viaggio non attraverso un mare, ma attraverso le sponde insidiose della cultura, della storia e dello spirito, guidato da un unico, tenace desiderio: il nostos, la struggente nostalgia di un "centro", di un'origine, della propria Itaca spirituale.

Il primo, fondamentale punto di contatto risiede nel protagonista. Omero definisce Odisseo con l'epiteto polytropos: l'uomo "dal multiforme ingegno", versatile, astuto, capace di adattarsi e di affrontare ogni situazione, definizione perfetta anche per Mario Vespasiani, suo essere pittore, creatore di sonorità, scrittore, promotore iniziative culturali e aggregative; la sua capacità di dialogare con la scienza, la moda, la storia, la mistica, il suo "ingegno fulmineo" e la sua peculiarità di spaziare tra stili e tecniche diverse, non sono segni di eclettismo, ma la manifestazione di un intelletto polytropos. Come Odisseo, egli non usa la forza ma la metis, l'intelligenza astuta e la profonda conoscenza per navigare le sfide del suo tempo. Il suo viaggio, tale a quello dell'eroe omerico, è costellato di prove e di tentazioni, metafora perfetta delle sfide che un artista spirituale deve affrontare nel mondo contemporaneo. Ha dovuto schivare il canto delle Sirene delle mode passeggere e della fama effimera, che promettono un appagamento immediato ma portano al ridimensionamento dell'autenticità, resistere all'ospitalità di Circe e Calipso, le tentazioni di fermarsi in “un’isola stilistica” di successo, ripetendo una formula gradita al mercato, dimenticando così la meta ultima del suo viaggio.

Ha dovuto fronteggiare il ciclope Polifemo, simbolo di una forza bruta e superficiale, quella di un sistema dell'arte che spesse volte esalta un'opera solo per il suo valore economico, cieco alla sua luce spirituale. In questa lunga navigazione, Vespasiani non è stato solo, come Odisseo era costantemente protetto e consigliato dalla dea Atena, così l'artista ha sempre dato ascolto alla sua "guida spirituale", a quella "voce interiore" che è la sua personale divinità protettrice e soprattutto, mentre lui era in viaggio, a Itaca c'era Penelope. In questa lettura, la sua musa e compagna di vita, Mara, assume il ruolo potente e centrale della regina fedele, non una figura passiva, ma la custode attiva del "focolare" creativo, colei che, con la sua presenza e la sua pazienza, tesse la tela del loro universo comune, mantenendo l'integrità del "regno" mentre l'eroe è impegnato nelle sue esplorazioni. Il progetto "Mara as Muse" è il canto più alto che Odisseo/Vespasiani potesse dedicare all'importanza della sua Penelope.

L'Odissea è "il poema della saggezza", un'opera che contiene profonde riflessioni morali e questa saggezza, per Odisseo, viene acquisita durante la nekyia, la sua discesa nell'Ade per consultare l'indovino Tiresia. Anche Vespasiani col ciclo "Underworld", ha raccontato di un’immersione nell'inconscio collettivo raffigurato nelle metafore dei fondali marini, per dialogare con gli archetipi, ma l'ha avuta anche ogni volta che ha dialogato nelle mostre con i grandi maestri, quali Goya, Lotto, Schifano, Licini, Giacomelli quasi per apprendere da loro i vari segreti. È queste risalite dal buio della memoria sono state necessarie alla sua arte per riflette sulla "giustizia", sul "rapporto tra uomo e divino" nella visione di una "civiltà più evoluta e pacifica", fondata sulla bellezza e sul rispetto. E ora, dopo venticinque anni di viaggio, il suo primo ritorno a Itaca - dato da questo resoconto - non indica altro che la strada seguita con coerenza dalla propria vocazione, alla sua luce interiore. Come il poema omerico la sua è un’espressione rivolta ai futuri navigatori dello spirito, un manuale su come, nonostante i mostri e le tempeste, sia possibile non solo sopravvivere da uomini integri, ma anche aprire nuove vie.

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