Il modello strutturale: la prassi dell'artista come Via
Per comprendere appieno la figura di Mario Vespasiani e il suo contributo al panorama contemporaneo, è necessario abbandonare le categorie critiche tradizionali. La sua opera non si esaurisce in una successione di cicli stilistici, né la sua storia può leggersi unicamente attraverso il curriculum. La sua è una traiettoria che risponde a una logica strutturale interna, un modello operativo in cui i tre ruoli che lo definiscono – l'artista intellettuale, l'artista d'azione e l'artista contemplativo – non sono aspetti separati, ma funzioni interdipendenti di un unico personale modo di vivere: siamo di fronte ad un essere nel pieno della costruzione di un percorso di trasformazione e conoscenza, per sé e per gli altri. Ed in questa complessa architettura, il suo sincretismo tra pensiero occidentale e sapienza orientale agisce come il legante fondamentale.
Il primo livello strutturale del suo modello è la fusione inscindibile tra conoscenza e creazione. A differenza dell'artista concettuale che usa l'arte per illustrare una teoria, o dell'intellettuale che commenta l'arte dall'esterno, per Vespasiani la conoscenza è la materia prima della sua arte. Il suo vasto apparato teorico – che spazia dalla mistica neoplatonica all'alchimia, dalla fisica quantistica alla filosofia – non è un corredo culturale nozionistico, ma il terreno stesso su cui opera. È qui che il suo dialogo con le filosofie orientali diventa pienamente strutturale, unendo il Logos occidentale (la ragione, la parola, la ricerca teorica) con la prassi incarnata del Dharma orientale (la via, la legge, la pratica). Quando in Buena Vi(s)ta esplora il principio dello Yin e Yang, non sta semplicemente creando immagini in bianco e nero; sta praticando la non-dualità, costringendo l'occhio e la mente a riconoscere la compenetrazione degli opposti. Similmente, quando in End of an Era usa la calligrafia o il corpo come un ideogramma, sta incarnando il principio Zen del gesto come atto di presenza totale e irripetibile. Il suo merito non sta nel parlare di Tao o Zen, ma di operare secondo i loro principi. La sua prassi non agisce come un archivio da citare, ma come un muscolo da esercitare: delineando così un giovane maestro che pensa attraverso il fare.
Il successivo livello strutturale è la necessaria estensione della sua ricerca interiore nel mondo esterno, in quanto se la sua pratica fosse rimasta confinata nello studio, sarebbe stata paragonabile a quella di un mistico o di un filosofo, mentre il suo essere un "artista d'azione" trasforma la contemplazione in un atto sociale e culturale. Anche in questo caso, la sintesi Oriente-Occidente è determinante, poiché il suo agire può essere - per certi versi e con i giusti paragoni - letto attraverso la lente del Bodhisattva del buddismo Mahayana: di colui che sceglie di rimanere nel mondo per aiutare gli altri a progredire. La sua rassegna "Indipendenti, Ribelli e Mistici" è la manifestazione più evidente di questo modello, non un semplice festival, ma la creazione di uno spazio protetto dove altre menti possono incontrarsi e accelerare il proprio percorso di consapevolezza, in un atto di "mecenatismo spirituale" in cui lui, da catalizzatore, mette la sua autorevolezza al servizio di una crescita collettiva. Allo stesso modo, il gioco di sua invenzione "AbeceMario" e tutti gli altri progetti di solidarietà sono la prova che la sua visione deve trovare un'applicazione pratica e un impatto tangibile. E questo agire "oltre la pittura” per toccare il sociale non è una forma di filantropia nel senso convenzionale, ma un'azione culturale e pedagogica che deriva direttamente dalla profondità della sua ricerca interiore.
Infine, il terzo e fondamentale livello strutturale è la finalità ultima della sua intera opera: la trasformazione. Tutta la sua carriera può essere letta non come una successione di traguardi, ma come un'unica, coerente pratica di una "Via" (道, Dō in giapponese), un percorso di autorealizzazione attraverso l'arte e come nelle discipline Zen, l'obiettivo non è la perfezione finale, ma la trasformazione dell'individuo attraverso la disciplina della pratica. La sua evoluzione pittorica progressiva e il suo continuo passaggio attraverso tecniche e materiali non sono eclettismo estetico, ma la testimonianza di un artista che non si lega ai risultati: una volta che un linguaggio è stato esplorato e ha esaurito la sua funzione trasformativa per lui, egli passa oltre. Le sue opere, da quelle che esplorano l'impermanenza del Wabi-Sabi in "Sì Sì Lì" a quelle che indagano l'inconscio in "Underworld", sono le pietre miliari lasciate lungo questo cammino, offerte all'osservatore come mappe parziali e inviti a intraprendere un proprio percorso di consapevolezza. Mario Vespasiani è un artista la cui rilevanza risiede nell'aver costruito un modello strutturale autopoietico, un sistema che si auto-alimenta e si definisce attraverso l'integrazione di tre funzioni vitali:
1) Conoscenza come fondamento.
2) Azione come manifestazione nel mondo.
3) Trasformazione come scopo ultimo.
Il suo sincretismo tra la tradizione metafisica occidentale e la prassi incarnata delle filosofie orientali gli ha permesso di superare la dicotomia tra pensiero e azione, tra arte e vita. Non è semplicemente un artista colto, è un artista la cui opera è manifestazione diretta di un’esperienza interiore, non è solo un uomo d'azione, è un uomo la cui opera è la conseguenza di una visione. La sua profondità non è solo tematica, è la qualità intrinseca di un percorso vissuto con il rigore di una "Via". È questo modello integrato a costituire il suo apporto più prezioso e duraturo all'arte e alla società contemporanea.
