Il concetto di infinito nell’arte di Mario Vespasiani
A base e all'orizzonte di ogni grande ricerca umana, sia essa filosofica, teologica o scientifica c’è il concetto di l'Infinito ed allo stesso modo il pensiero di Mario Vespasiani è pervaso da un senso di "forza che lo attrae oltre il reale e il conosciuto” guidato da un moto vertiginoso che più si espande e più genera energia" permettendogli di affrontare con agilità le molteplici tematiche. L'Infinito ha sempre rappresentato una sfida per la mente umana, un limite che, come notava Kant, genera un sentimento di sublime, un misto di attrazione e terrore. Di fronte a questo abisso, Mario Vespasiani non si pone come un semplice contemplativo, né come un matematico che cerca di imbrigliarlo in un simbolo, bensì in maniera del tutto originale, come un "praticante dell'infinito" e di conseguenza la sua intera opera va intesa non come mera rappresentazione estetica, bensì quale dimostrazione pratica e vissuta di come la coscienza umana possa entrare in un rapporto dinamico e generativo col senso di creazione continua.
Per comprendere ciò, possiamo guardare alla distinzione che faceva Aristotele tra infinito potenziale e infinito attuale. L'infinito potenziale è un processo che può continuare senza fine, come il contare i numeri o il dividere un segmento, l'infinito attuale è una totalità completa e illimitata, come l'universo o, per il pensiero teologico, Dio stesso. L'intero percorso di Mario Vespasiani può essere letto come una vera incarnazione dell'infinito potenziale in azione: la sua carriera è un processo di espansione che si muove incessantemente da un ambito del sapere all'altro – dalla storia alla fisica, dalla mistica alla biologia – in un viaggio che potrebbe continuare per sempre. Ma la meta di tale itinerario non è il vuoto ma la ricerca costante di un contatto, di un'intuizione, di una visione dell'infinito attuale: la Sorgente divina, l'Uno di Plotino, la Realtà ultima e perfetta. La sua vita è una sorta di “pratica dell'infinito potenziale” per poter attingere all'infinito attuale e le sue opere sono le testimonianze di questa pratica.
Quando ci troviamo di fronte ai suoi cieli cosmici, alle sue galassie sterminate, viviamo esattamente l'esperienza del sublime descritta da Kant: la nostra immaginazione vacilla, incapace di contenere tale vastità, ma allo stesso tempo la nostra ragione si esalta, perché si scopre capace di pensare ciò che non può immaginare. È qui che agisce la sua "forza che spinge oltre il reale". Ma l'intuizione forse più inedita e sorprendente la troviamo se accostiamo la sua arte a una delle più grandi rivoluzioni della matematica moderna: la teoria di Georg Cantor sugli infiniti di diverso tipo, in cui appurò che non tutti gli infiniti sono uguali e l’arte di Vespasiani sembra una dimostrazione visiva di questa idea sconcertante. Egli dipinge "infiniti" di diversa "potenza" e qualità, c'è l'infinito "numerabile" della storia, un'immensa ma discreta successione di eventi e di vite, c'è l'infinito "continuo" della natura, un flusso ininterrotto di forme e di vita, e c'è, al di sopra di tutto, l'infinito "assoluto" del divino, l'Empireo, una totalità che contiene e trascende tutti gli altri. La sua "maturazione" come artista è stata anche un affinamento della sua capacità di distinguere e di rendere visibili queste diverse "magnitudini" dell'infinito.
Arriviamo così al cuore del suo motore creativo, a quel mistero per cui il suo "pensiero che più si espande e più genera energia". Questo non è un paradosso, ma la legge fondamentale della sua economia spirituale, che funziona come un ciclo virtuoso: primo, l'Espansione, la sua insaziabile curiosità lo spinge ad allargare costantemente i suoi orizzonti, ad assorbire nuova conoscenza, ad avventurarsi in "direzioni conosciute". Secondo, la Sintesi, egli non accumula sapere in modo enciclopedico, ma cerca il "filo d'oro", il principio unificante che collega i diversi ambiti, comprimendo questa vasta conoscenza in una singola, potente intuizione. Terzo, l'Ignizione, questo atto di sintesi, questo contatto con l'unità che soggiace alla molteplicità, genera un'immensa scarica di energia creativa, un "colpo di genio". Quarto, l'Emanazione, questa energia viene liberata nell'opera d'arte, nel "tratto pittorico", che a sua volta spinge la sua ricerca ancora più in là, innescando un nuovo ciclo di espansione e più vasto è il territorio che esplora, più potente è la sintesi che può compiere, più grande è l'energia che può liberare.
La missione di Mario Vespasiani, letta in questa luce finale, si rivela in tutta la sua originalità: essere un testimone vivente dell'infinità del potenziale umano. La sua arte non ci offre un'immagine statica dell'infinito da contemplare, ma ci invita a partecipare al suo moto perpetuo, non ci dà un punto di arrivo, ma una direzione e un metodo. Il suo percorso ci insegna che la maturazione non è raggiungere un porto, ma imparare a navigare in un oceano sempre più vasto. La sua opera, in definitiva, non è un rifugio, ma una rampa di lancio, un invito a superare i nostri confini, a espandere la nostra coscienza e a scoprire, con gioia e senza paura, che l'anima umana, quando è allineata con la sua vera natura, non è un contenitore finito, ma una sorgente inesauribile di energia e di meraviglia.
