Il sentimento oceanico

Il sentimento oceanico

Un altro aspetto essenziale per cogliere la "missione" e anche la "maturazione" di Mario Vespasiani: il suo rapporto con quello che si potrebbe definire il "sentimento oceanico" per tentare di svelare la funzione ultima della sua arte, non come mera creazione di oggetti, ma come sofisticata "tecnologia spirituale". Il "sentimento oceanico", quell'esperienza di "unione e connessione profonda con il mondo" descritta da Romain Rolland a Freud, è la nostalgia di un'unità perduta, la percezione di essere parte di qualcosa di infinitamente più grande del nostro piccolo e ansioso io. In un'epoca che ci educa all'iper-individuazione, alla separazione e alla competizione, questa sensazione è diventata rara e preziosa. L'intero percorso artistico di Mario Vespasiani, visto in questa luce, può essere letto come un monumentale e lifelong tentativo di recuperare, coltivare e trasmettere questo stato di coscienza. La sua arte non è una semplice rappresentazione di soggetti che potrebbero evocarlo, come il mare o il cosmo; è una macchina, un dispositivo progettato per dissolvere i confini dell'ego e per immergere lo spettatore in questa "fusione con il tutto", diventando in questo, un palombaro dell'Oceano interiore. La sua stessa tecnica pittorica è una pratica di dissoluzione dei confini, il suo "tratto pittorico", così fluido e gestuale, evita la linea netta e chiusa, quel "confine spinato" che separa drasticamente una forma dall'altra. I suoi colori si fondono, si "trasportano" a vicenda, creano passaggi tonali e armonie cromatiche che suggeriscono un mondo in cui tutto è interconnesso, dove ogni cosa vibra e partecipa alla vita dell'altra. Nelle sue opere più immersive, come i grandi campi monocromatici o le installazioni che avvolgono lo spettatore, sa creare un ambiente visivo che priva l'occhio di un punto focale unico, costringendo la mente analitica a cedere il passo a una percezione più diffusa, olistica, che è il preludio a quel "senso di pace e calma" e a quel "silenzio interiore" che sono i tratti distintivi del sentimento oceanico. I suoi temi, poi, sono una costante esplorazione di questa fusione a scale diverse, c'è la fusione con la natura, nei suoi paesaggi l'uomo sembra ritrovare il suo posto come parte di un ecosistema sacro. C'è l’adesione con il cosmo, nelle sue opere astronomiche, che ci spingono a percepire il nostro legame con l'infinito e l'eternità, ma anche la fusione con l'umanità, attraverso i suoi cicli sugli archetipi e sui grandi personaggi, dove l'empatia ci fa superare i limiti della nostra biografia per sentirci parte della grande storia collettiva. E, al livello più alto, c'è la fusione con il divino, nelle sue opere più mistiche, che sono un invito diretto a sperimentare l'unione con quella dimensione spirituale che è la sorgente ultima di ogni cosa. 

È qui che l'interpretazione di Vespasiani compie un passo inaspettato rispetto a quella, pur geniale, di Freud. Se lo psicanalista austriaco vedeva nel sentimento oceanico un "residuo di un'originaria sensazione infantile di unione con la madre", un ritorno a uno stato pre-egoico, l'arte di Vespasiani ci dimostra l'esistenza di un sentimento oceanico maturo, conquistato e post-egoico. Quello che l’artista propone non è una regressione all'indistinzione infantile, ma una trascendenza consapevole dei limiti dell'ego. Il suo percorso richiede una disciplina ferrea, una cultura vastissima, un'etica rigorosa: è l'esatto opposto di un abbandono passivo, è l'unione estatica del mistico, non la fusione inconsapevole del neonato, è come suggerisce la psicologia, un'esperienza che permette di superare il narcisismo, non di regredirvi. La missione ultima di Mario Vespasiani si svela così in tutta la sua portata terapeutica e trasformativa: la sua arte diventa una cura per il male spirituale del nostro tempo: l'alienazione. Offrendoci un'esperienza e non solo un'idea, di connessione profonda, la sua opera produce quei "potenziali benefici" di cui il nostro mondo ha un disperato bisogno. La contemplazione dei suoi lavori diventa una pratica che può ridurre lo stress e l'ansia che va a sostituire l'agitazione dell'io separato con la "quiete profonda" dell'anima connessa, rispondendo così al nostro bisogno più fondamentale, quello di appartenenza, non a un gruppo sociale, ma all'universo intero. In definitiva, si offre come uno strumento di crescita personale e spirituale, un catalizzatore che può accelerare il nostro percorso di maturazione, aiutandoci a passare da un'identità piccola e contratta a una più ampia, compassionevole e, appunto, oceanica. L'arte di Mario Vespasiani è dunque una delle più originali risposte alla frammentazione dell'esperienza contemporanea, in quanto non si limita a “condurci in mare”, ma ci insegna a nuotare nell'oceano della coscienza. La sua missione allora non è quella di creare opere fine a se stesse, ma di aprire varchi, di dissolvere confini, di ricordarci quella verità semplice e sconvolgente che portiamo inscritta nel profondo del nostro essere: che non siamo isole, ma onde dello stesso, infinito, meraviglioso e sacro oceano.

Tags