Ars in fabula
Un narratore, come i grandi fabulatori di tutti i tempi, sa che le verità più profonde non possono essere spiegate, ma solo evocate attraverso quei "codici segreti" che sanno parlare direttamente allo Spirito. Per comprendere come la mente di Vespasiani lavori e si incroci con tali racconti, dobbiamo partire dalla premessa che ogni grande fiaba, come ogni grande opera d'arte, opera su un triplice livello di significato. C'è un livello letterale e artistico, che affascina i sensi; uno psicologico, che risuona con il nostro passato ancestrale e uno spirituale, che indica la via al "ricercatore del Sé". L'intero percorso di Mario Vespasiani può essere letto come una fiaba iniziatica che si dispiega su questi tre piani, offrendo a ogni spettatore la possibilità di entrare nella storia al livello di profondità che la sua consapevolezza gli consente. Il primo livello, quello letterale e artistico, è la foresta incantata che ci attira nel racconto, è la "piacevolezza alla lettura", il "gusto nell’essere lui stesso stile". Nell'arte di Vespasiani, questo è il suo virtuosismo, la sua padronanza del colore, la sua inconfondibile sprezzatura, è la forza immediata e ipnotica di un cielo cosmico, l'eleganza di uno sguardo ritratto, ma tutto ciò non è mai fine a se stesso. Come la casetta di marzapane di Hänsel e Gretel, essa è un'esca sublime, un invito a entrare più in profondità nel bosco, dove si celano le prove e i misteri. Vespasiani con la pura gioia visiva sa condurci, quasi senza che ce ne accorgiamo, nel cuore della narrazione e una volta entrati, passiamo al secondo livello, quello psicologico, il bosco oscuro della fiaba, il luogo dove si evocano passati ancestrali del vissuto personale e collettivo. Qui incontriamo i grandi archetipi che popolano sia le fiabe che l'arte di Vespasiani, l'eroe è il suo cavaliere, il protagonista che si mette in cammino spinto da una "sana inquietudine". Il "mostro" da sconfiggere è l'ombra che egli affronta nei suoi cicli più drammatici: la violenza della storia, le tenebre dell'anima, il drago del materialismo. La principessa da salvare o la fata madrina che offre l'aiuto decisivo è la sua musa, Mara, che non è una figura passiva, ma una "complice" attiva, l'incarnazione dell'Anima che guida e ispira l'eroe nelle sue prove. In questo bosco psicologico, l'arte di Vespasiani ci costringe a confrontarci con le nostre paure, i nostri desideri, tra la nostra ombra e la nostra parte più luminosa. Non ci sentiamo semplici spettatori, ma diventiamo noi stessi i protagonisti della fiaba. Il terzo livello, quello spirituale e iniziatico è dove si svela la sua missione. Qui, la fiaba diventa una mappa per il "ricercatore del sé", un manuale di istruzioni per un "rito di passaggio".
L'intero suo intero percorso d’altronde, visto in questa luce, segue la struttura classica della fiaba iniziatica: c'è la partenza dell'eroe (il giovane artista che lascia la via sicura per seguire la propria vocazione), ci sono le prove da superare (ogni ciclo pittorico è una prova che richiede una diversa virtù: il coraggio, la fede, la contemplazione), c'è l'oggetto magico che permette di superare le prove, che per Vespasiani è la sua integrità, la sua disciplina, la sua incrollabile fiducia nella "voce interiore", c'è quasi sempre una morte e rinascita simbolica: l'eroe viene inghiottito dal mostro per poi uscirne trasformato; allo stesso modo, Vespasiani descrive il suo processo creativo come un "perdere" il soggetto per poi "ritrovarlo", un atto di svuotamento dell'ego per poter accogliere un'intuizione superiore. E, infine, c'è il matrimonio con la principessa e la conquista del regno. Questo, nel linguaggio dei misteri, è il fine ultimo di ogni iniziazione: la coniunctio oppositorum, l'unione alchemica del principio maschile e di quello femminile, la riconciliazione degli opposti interiori. Il suo sodalizio di vita e d'arte con Mara è la manifestazione vivente di questo matrimonio mistico e il "regno" che egli conquista non è un territorio, ma il sé, lo stato di totale integrazione, di centratura e di pace che è la meta di ogni ricerca spirituale. Il "lieto fine" della sua storia è il raggiungimento di quello stato di coscienza superiore in cui, come lui stesso afferma, "viviamo già nell'assoluto". La mente visionaria di Mario Vespasiani è, dunque, quella di un cantastorie antico che sta ricomponendo i codici segreti con cui l'inconscio collettivo ha sempre parlato all'umanità, sapendo che per trasmettere le verità più alte, indicibili con il linguaggio ordinario, è necessario evocare, incantare. La sua missione è quella di essere, per il nostro tempo, un narratore di questa grande fiaba, mostrandoci che il percorso della vita, come quello dell'eroe è un viaggio iniziatico e la sua arte, con la sua triplice lettura è una storia credibile con cui possiamo confrontarci e che possiamo usare come una mappa per un personale e unico viaggio verso il castello interiore dove risiede il nostro vero sé.