L'occhio della tigre

L'occhio della tigre

Nel vasto e stratificato immaginario zoomorfo che attraversa la storia dell’arte, pochi animali possiedono la densità semantica e la potenza archetipica della tigre. Creatura liminale per eccellenza, incarnazione di una tensione tremenda, bellezza che non perdona, forza che si muove nel silenzio, luce che abita l’ombra, eleganza fatale. La tigre non si lascia addomesticare né ridurre a emblema univoco; vive nello spazio instabile dove gli opposti si attraggono e si annullano. Non sorprende, dunque, che Mario Vespasiani, artista la cui ricerca è interamente orientata alla sintesi delle polarità – materia e spirito, visibile e invisibile, istinto e visione – abbia eletto la tigre a figura centrale del proprio immaginario. Nella sua opera, il felino cessa di essere un soggetto iconografico per trasformarsi in un dispositivo simbolico complesso, un vero e proprio specchio dell’anima contemporanea, capace di rifletterne le paure, i desideri e le contraddizioni più profonde. Vespasiani non dipinge la tigre come un oggetto esterno allo sguardo umano, ma la interiorizza, la assume come punto di vista, come postura esistenziale. Nei suoi dipinti, lo sguardo del felino non è qualcosa che si osserva, bensì che guarda noi, dentro uno sguardo che giudica, interroga, mette in crisi. In questo slittamento, la tigre diventa totem, guardiano, iniziatore e l’artista non la rappresenta, ma la incarna, ne adotta la funzione simbolica, fino a sovrapporre il proprio ruolo a quello dell’animale: custode di una soglia, intermediario tra mondi, presenza che non consola ma trasforma. È in questa immedesimazione radicale che la tigre di Vespasiani acquista una forza rara nel panorama dell’arte contemporanea, spesso più incline all’addomesticamento dell’immaginario che alla sua messa in pericolo.

La lettura che l’artista propone del nostro tempo si articola intorno a due poli fondamentali: l’impermanenza e il sogno. Da un lato, un clima diffuso di inquietudine, precarietà, smarrimento; dall’altro, un desiderio altrettanto potente di evasione, di trascendenza, di accesso a una dimensione ulteriore dell’esistenza. La tigre si offre come sintesi perfetta di questa ambivalenza. Nelle tradizioni mitologiche e spirituali che attraversano l’Asia, l’Occidente classico e il pensiero simbolico universale, essa è insieme energia distruttiva e forza creatrice, istinto primordiale e disciplina spirituale, terrore e protezione. È il lato oscuro dell’anima, ma anche la sua potenza rigenerativa. Vespasiani attinge a questa sapienza millenaria senza mai cadere nella citazione erudita: la sua tigre è un archetipo vivo, attuale, capace di parlare direttamente alla psiche collettiva del presente. I suoi dipinti non sono ritratti animali, ma vere e proprie diagnosi simboliche. La tigre che emerge dalla tela – nelle varie impostazioni all’interno di differenti cicli che vanno da Anphitheatrum Vespasiani a NoveVite, da Reappearance a Le cinque tigri mistiche con quattro occhi, fino a quelle senza pupille di Stars and Tears - in campi cromatici vibranti, ci restituisce l’immagine delle nostre domande più profonde – la perdita di controllo, l’irruzione dell’istinto, il confronto con l’ignoto – ma al tempo stesso incarna i sogni più radicali: il desiderio di una forza integra, di una grazia non mediata, di una libertà sovrana. È in questa oscillazione tra attrazione e timore che si produce l’esperienza estetica, quella di un contatto che non rassicura, ma affascina e destabilizza, evocando quel “sacro terrore” che, secondo Rudolf Otto, è alla base di ogni autentico incontro con il numinoso. La potenza simbolica di tale figura è ulteriormente amplificata dalle scelte formali e tecniche dell’artista, l’invenzione più perturbante – l’aggiunta di occhi supplementari al volto della tigre o la sparizione delle pupille – segna un punto di non ritorno rispetto a qualsiasi naturalismo. Questo gesto trasporta immediatamente l’immagine in una dimensione mitica e sovra-sensibile, dunque le varie interpretazioni non sono artifici decorativi, quanto materializzazione di una visione altra, di una percezione che eccede i limiti umani. La tigre diventa oracolo, creatura dotata di una conoscenza che non si lascia afferrare razionalmente e lo spettatore, posto di fronte ad un simile sguardo sperimenta una vera e propria vertigine percettiva: non riesce a “mettere a fuoco”, a stabilire un punto di controllo visivo. È un’esperienza di spaesamento deliberatamente cercata, un rito ipnotico che altera la nostra relazione abituale con l’immagine per condurci in uno spazio onirico, liminale, dove le certezze logiche vacillano e diventa possibile un contatto più diretto con il simbolico. 

Anche la materia pittorica partecipa di questa tensione iniziatica. La pennellata di Vespasiani, sempre carica di energia e vibrazione, non descrive il manto del felino: lo diventa. La superficie della tela pulsa, si tende, sembra attraversata da una forza trattenuta a fatica, la “grinta” del gesto pittorico, più che segno di aggressività espressiva è la manifestazione di una potenza contenuta, disciplinata, consapevole, ma in definitiva è la stessa energia che l’artista infonde nel colore a render la pittura un campo di forze. In questo modo, la tigre assume pienamente il ruolo che le spetta nei miti arcaici: quello di guardiano della soglia. Le evocazioni delle cinque tigri mistiche, custodi dell’ordine cosmico, non sono un semplice riferimento iconografico, ma l’indicazione di una funzione precisa assegnata all’opera. Le tigri di Vespasiani non chiedono di essere guardate: chiedono di essere affrontate e l’esperienza davanti a esse è duplice e ambigua. Da un lato, il timore, la sensazione di trovarsi di fronte a una forza che potrebbe annientarci; dall’altro, un’attrazione irresistibile, il desiderio di lasciarsi cadere nell’abisso che esse aprono ed è in questa tensione che si compie l’atto iniziatico. Come nelle tradizioni del Sud-Est asiatico, l’incontro con la tigre è sempre un preludio a una morte simbolica e a una rinascita: per attraversare la soglia, occorre abbandonare le proprie difese razionali, accettare di perdersi, affrontare la propria paura. Solo allora l’energia distruttiva può trasformarsi in forza creativa, e l’abisso rivelarsi come spazio di rigenerazione. Con questo tema, Mario Vespasiani si inserisce con naturalezza nella grande genealogia degli artisti che hanno subito la fascinazione della tigre, da Rosetsu a Rubens, da Delacroix a Dalí, ma compie un passo ulteriore e decisivo: non si limita a dialogare con la tradizione, la interiorizza, la metabolizza, la trasforma in un linguaggio radicalmente personale. In un’epoca che spesso chiede all’arte di essere rassicurante o fintamente provocatoria, decorativa o totalmente innocua, l’opera di Vespasiani rivendica una funzione più antica e più rischiosa, ci ricorda che l’arte, quando è autentica, deve saper ferire prima di guarire, destabilizzare prima di illuminare. Deve avere gli artigli e lo sguardo di una tigre: la capacità di strapparci alle nostre certezze per condurci, attraverso il rischio dell’incontro, verso una dimensione più vasta e più vera dell’essere.

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