Il viaggio dell’individuazione nell’opera di Mario Vespasiani
L’arte, quando raggiunge la sua forma più alta, è sempre un autoritratto, non del volto, ma dell’anima e in questo senso l’opera di Mario Vespasiani appare come uno degli “autoritratti” spirituali e psicologici più completi e coerenti del nostro tempo. La sua non è una ricerca estetica fine a se stessa, ma un viaggio consapevole dentro e attraverso le grandi strutture della psiche, affrontato con la lucidità dell’esploratore e il rigore del pensatore. Vespasiani ha avuto il coraggio, raro oggi, di navigare non soltanto i mari della storia, della filosofia e della teologia, ma quelli ben più insidiosi del proprio mondo interiore, incontrando e dialogando con quelle forze primordiali che Carl Gustav Jung ha chiamato archetipi. Eroe, Ombra, Saggio, Anima non sono per lui figure decorative o citazioni colte: sono presenze vive, attori reali sul palcoscenico della coscienza. Pittura, musica e vita convergono così in un unico racconto, quello del processo di individuazione, il cammino che conduce all’integrazione delle polarità psichiche nell’archetipo centrale della totalità e della trascendenza: il Sé.
La solidità di questo percorso emerge già nel modo in cui l’artista ha saputo far coincidere la figura del maestro, dell’artista colto, in un allineamento rigoroso coi valori interiori, ma anche con forma esteriore. Questa solidità gli consente di affrontare senza timore l’Ombra, il lato oscuro e rimosso che la maggior parte degli individui preferisce ignorare, infatti Vespasiani non la reprime, né la sublima in modo evasivo; la porta in superficie, la mette in scena, la affronta direttamente sulla tela. La violenza arcaica e storica di “Lepanto”, la disperazione spirituale attraversata in “DARKNIGHTS”, l’ombra della guerra tecnologica trasfigurata nei cieli sommersi e pacificati di “The Aeronaut” sono tappe di una vera e propria operazione alchemica, in cui la nigredo diventa condizione necessaria per la rinascita e la trasformazione. L’oscurità non viene negata, ma attraversata, perché solo chi la conosce può aspirare alla luce.
Ed è proprio la luce del Sé a costituire il centro di gravità dell’intero universo dell’artista. Quel Sé, archetipo della totalità e immagine del divino interiore, si manifesta nelle opere di respiro cosmico e trascendente come “Empireo” o nelle visioni metafisiche della serie “Fuori Campo” che sembrano richiamare Shambhala, città celeste e simbolo di un ordine superiore in cui gli opposti trovano riconciliazione. In queste immagini, alludono ad un punto di vista in volo, al di sopra della realtà, che nasce quando la psiche sperimenta la propria interezza, quando l’io si riconnette a qualcosa che lo trascende senza annullarlo. Attorno a questo centro orbitano i grandi archetipi che l’artista incarna e rielabora nel corso del suo cammino. L’Eroe è senza dubbio la figura dominante: l’Odisseo contemporaneo che affronta i mostri del presente, l’Esploratore che mappa territori interiori ancora inesplorati, il Cavaliere che combatte per la bellezza, la conoscenza e la giustizia. Ma con il procedere della maturità l’Eroe si integra con il Saggio e l’impulso all’impresa lascia spazio alla comprensione profonda. Vespasiani si pone di fronte al Libro della Natura, come una voce che non cerca più soltanto l’avventura, ma il senso.
A tutto ciò va aggiunto l’archetipo della purezza dello sguardo, custodito e difeso come un bene prezioso, che si ritrova nell’attenzione all’infanzia, nella dimensione diaristica e contemplativa di “Diario di Bordo”, nella tensione verso quella “purezza di cuore” evangelica che consente di continuare a meravigliarsi del mondo come se fosse sempre la prima volta. Accanto a esso opera l’Amante, forza primordiale della passione e della connessione, energia che alimenta l’intero sistema: l’amore per la Musa, l’amore mistico per Cristo, l’amore intellettuale per la conoscenza e quello estetico per la Bellezza. È questa corrente vitale che spinge l’Eroe all’azione e che il Saggio impara a comprendere e a governare. Il punto forse più decisivo dell’intero percorso è però l’incontro con l’Anima, l’archetipo del femminile interiore, ponte verso l’inconscio e fonte primaria dell’ispirazione creativa. Nel caso di Vespasiani questo dialogo non rimane confinato alla dimensione interiore, ma trova una corrispondenza concreta e vivente nella figura di Mara, musa e poi moglie. La loro unione si configura come un autentico matrimonio alchemico, una coniunctio oppositorum in cui il principio maschile, strutturante e razionale dell’artista si integra con il principio femminile, intuitivo e generativo. “Mara as Muse” non è soltanto un progetto artistico, ma la testimonianza di un equilibrio raggiunto, di una fecondità creativa che nasce dall’aver onorato e integrato il femminile, dentro e fuori di sé. Letta attraverso la lente degli archetipi, l’opera di Mario Vespasiani svela una psiche in divenire che ha avuto il coraggio di conoscersi, attraversarsi e integrarsi. La sua originalità non risiede nel proprio stile, ma nell’impresa stessa: nell’aver intrapreso consapevolmente il viaggio dell’eroe verso la propria totalità e tracciare, attraverso l’arte, una mappa di questo cammino