FAMAETERNITATIS: dal segno alle sculture
Dopo aver esplorato per oltre due decenni i confini della pittura, spingendola verso territori di astrazione lirica, visione cosmica e profondità metafisica, il passaggio di Mario Vespasiani alla tridimensionalità appare come l’esito necessario e coerente di un percorso già inscritto nella sua ricerca. È come se, dopo aver aperto innumerevoli finestre sull’altrove, l’artista avesse avvertito l’urgenza di edificare la soglia stessa, di dare corpo e presenza a quel passaggio dimensionale che la sua opera ha sempre evocato. L’uscita dalla tela non è dunque solo un tentativo di esplorare lo spazio nei 360°, ma il tentativo di stabilire un rapporto dialettico con esso, rendendo tangibile una visione del mondo che da sempre tende a superare i limiti del visibile. Per compiere questo passo, Vespasiani sceglie il simbolo più arcaico e universale: l’albero, non nella sua declinazione naturalistica, ma come Albero Cosmico, archetipo dell’Axis Mundi che, in tutte le culture, connette le diverse regioni dell’universo e rende comunicanti cielo, terra e abisso. Questo gesto creativo va compreso alla luce del concetto filosofico di poiesis: l’arte di Vespasiani non insegue la bellezza come fine ultimo, ma la genera come conseguenza necessaria di un pensiero che la precede, di un atto di “portare alla luce” e di “far essere” ciò che chiede di manifestarsi. La scultura diventa così espressione inevitabile di una verità filosofica e spirituale profonda, radicata nella consapevolezza di una mancanza, di un vuoto da colmare nel nostro mondo disincantato: la perdita dello spazio sacro della connessione tra tutte le cose. In questo senso, anche il titolo della serie, FAMAETERNITATIS, si impone come un neologismo densissimo, che distilla il cuore della poetica dell’artista: non la fama effimera della celebrità, ma la gloria classica, quella che sopravvive alla morte perché fondata sulla virtù, unita all’idea di Eternitas, come possibilità per l’essere umano di inscrivere la propria esistenza finita in un ordine che la trascende.
La risposta alla domanda su come si possa accedere a questa “gloria eterna” non passa attraverso gesta eroiche o atti eccezionali, ma si inscrive nella pratica quotidiana, nell’onorare gli impegni, nella crescita costante, nella ricerca di un’armonia con il divino che si costruisce giorno dopo giorno. Le sculture di Vespasiani si offrono così non solo alla contemplazione estetica, ma come moniti etici, ricordandoci che la vera trascendenza nasce dalla fedeltà alla propria missione e dalla dedizione al proprio talento, spostando l’attenzione dalla spettacolarità dell’evento straordinario alla sacralità dell’impegno costante. La densità simbolica di FAMAETERNITATIS si manifesta anche nelle scelte formali: l’albero come asse del mondo, capovolgibile senza perdere il proprio equilibrio visivo, diventa la visualizzazione plastica del principio ermetico “come in alto, così in basso”, in cui radici e chiome si rispecchiano, rendendo identici microcosmo e macrocosmo; la sospensione degli alberi, che non toccano il suolo, libera il simbolo per eccellenza del radicamento dalla gravità terrestre e lo trasfigura in entità spirituale, ponte e mediatore tra terra e cielo; l’uso congiunto di legno e ferro mette in scena la dualità dell’esistenza umana, fragile e resistente, organica e costruita, sospesa tra grazia e volontà; le superfici punteggiate di bianco, simili a mappe celesti, legano ogni singolo albero all’intera costellazione dell’universo, suggerendo che ogni essere vivente è un microcosmo che riflette in sé la totalità del cielo.
In un’epoca che ha relegato il mito all’infanzia e la spiritualità alla sfera privata, l’operazione artistica di Vespasiani assume un valore di bruciante attualità: il suo richiamo a simboli arcaici è un atto profetico che ricostruisce il senso del sacro in una società che ha desacralizzato il mondo, ricordandoci, come nel mito amazzonico degli alberi che sorreggono la volta celeste, che recidere il legame con il sacro e con la natura significa rischiare il crollo di ogni orizzonte di senso. Allo stesso tempo, la sua opera propone una conoscenza integrata, capace di tenere insieme estetica, mito, filosofia, etica ed eco di modelli scientifici, opponendosi alla frammentazione disciplinare contemporanea e offrendo una visione stratificata, l’unica adeguata alla complessità del reale. Il gesto forse più coraggioso di Vespasiani è però quello di testimoniare la realtà dell’invisibile in un mondo che riconosce valore solo a ciò che è misurabile: i suoi alberi fluttuanti, che uniscono radici e galassie, rendono percepibile l’idea che le forze più decisive della nostra esistenza - l’amore, la fede, l’ispirazione, il senso di appartenenza - siano proprio quelle che non si vedono. Con FAMAETERNITATIS, Mario Vespasiani non si limita più a dipingere una soglia, ma la costruisce, invitandoci ad attraversarla: la sua opera tridimensionale si offre come insegnamento, ricordando che la vera innovazione nasce da un dialogo profondo con la tradizione e che il compito più alto dell’artista oggi è quello di essere testimone del proprio tempo, indicando vie percorribili. Le sue sculture, orientate verticalmente, non sono oggetti, ma strumenti di orientamento spirituale, capaci di richiamarci alla nostra duplice natura, terrena e celeste, e di indicare una possibile via per ritrovare l’armonia tra questi due poli essenziali dell’essere.