Elemento aria
Nel percorso artistico di Mario Vespasiani l’Aria non è mai stata un semplice elemento naturale né un tema iconografico tra gli altri, ma una vera e propria chiave ontologica, un principio generativo capace di connettere materia e spirito, visibile e invisibile, scienza e trascendenza. All’interno di una visione cosmologica che comprende i quattro elementi classici e li supera attraverso la presenza unificante dello Spirito – inteso come forza che guida, protegge e ispira – l’Aria emerge come luogo privilegiato della possibilità, spazio dell’elevazione e simbolo di una progressiva smaterializzazione dell’esperienza. Essa è insieme respiro e pensiero, suono e vibrazione, cielo fisico e cielo metafisico; è il dominio del volo tecnologico e di quello interiore, la sede delle esplorazioni scientifiche e delle gerarchie angeliche, il medium impalpabile attraverso cui l’uomo tenta, da sempre, di oltrepassare i propri limiti. La ricerca che Vespasiani dedica a questo elemento, sempre presente nell’arco della sua carriera non procede per accumulo tematico ma secondo una traiettoria coerente e ascensionale, un viaggio che prende avvio dalla macchina e approda al mistero, dalla fisicità del volo alla rarefazione della pura vibrazione spirituale.
Nella sua mostra al Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, raccoglie idealmente l’eredità dell’Aeropittura futurista per rovesciarne l’assunto fondamentale: laddove i futuristi celebravano la potenza, la velocità e il dominio tecnologico, Vespasiani opera una vera e propria trasmutazione alchemica del velivolo, smaterializzandone il peso e liberandolo dalla retorica bellica o meccanica. O come i suoi velivoli, della mostra “The Aeronaut” al Museo Storico Aeronautico di Loreto immersi in paesaggi cromatici con cui entrano in risonanza, si fanno presenze quasi organiche, assimilabili a rocce, montagne o nubi, e diventano oggetti di contemplazione più che di esaltazione, simboli di armonia col creato, più che di offesa. Il suo sguardo è quello di un ritrattista dell’invisibile: ogni mezzo viene indagato come se velocità, silenzio, leggerezza e potenza fossero tratti psicologici, qualità interiori di un soggetto dotato di un’anima propria. L’uso di supporti come le carte aeronautiche intensifica il dialogo tra la dimensione scientifica del viaggio, misurabile e mappabile e quella onirica e poetica del volo, già proiettata verso una percezione mentale e spirituale dell’Aria come campo di forze emotive.
Da questo primo livello, ancora legato all’atmosfera terrestre, la ricerca di Vespasiani si espande naturalmente verso il cosmo, dove l’Aria si trasfigura in etere e diventa tessuto stesso dell’universo. Con i cicli di “Empireo” e “M-Ethereum” l’artista oltrepassa il confine tra cielo e spazio, fondendo suggestioni teologiche medievali e acquisizioni della fisica contemporanea in una visione unitaria e profondamente poetica. L’epifania originaria di “Empireo” – la fusione percettiva tra un cielo stellato e un tappeto di lucciole – dissolve ogni separazione tra micro e macrocosmo, tra aria terrestre e aria celeste, e trova nel “blu cosmico” il colore-simbolo di una sintesi in cui l’Empireo dantesco, luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dialoga con l’idea scientifica di un universo energetico, popolato da particelle e memorie stellari. Qui Vespasiani assume il doppio ruolo di mistico e scienziato, mostrando una realtà in cui la materia, spogliandosi della propria opacità, si rivela come costellazione di punti luminosi, come campo vibratorio in cui la bellezza diventa il primo segnale di una verità più profonda. Con “M-Ethereum” questa visione si trasforma in viaggio, metafora di un’espansione della coscienza che attraversa dimensioni fisiche e astrali, vite presenti e passate, memorie e possibilità future. L’Aria non è più solo lo spazio che avvolge, ma una dimensione da esplorare interiormente, un luogo reale o mentale in cui approdare attraverso un passaggio simbolico, incarnato dal rover Enoch, figura biblica dell’ascesa e della trasformazione.
Il tema della quarta dimensione, degli universi paralleli e di una fratellanza cosmica fondata su un linguaggio universale – l’arte – si intreccia così a un’esortazione etica ed esistenziale: evolvere, alleggerirsi, riconoscersi non soltanto come materia ma come vibrazione. Questo processo di rarefazione giunge al suo esito più radicale con l’installazione “Le Nove Porte Celesti” nella chiesa di Sant’Andrea a Gualtieri (RE), dove l’Aria non viene più rappresentata ma resa presente nella sua essenza spirituale. Le nove tele verticali non funzionano come immagini ma come soglie, cifre di una realtà invisibile che lo spettatore è chiamato ad attraversare metaforicamente, sostenuto da una simbologia antica che associa il numero nove alle sfere celesti, alle muse e ai cori angelici. L’inserimento di una colonna di fumo d’incenso liturgico come “decima porta” compie un gesto di straordinaria finezza concettuale: l’Aria si fa visibile, odorabile, respirabile, e l’opera non si limita più a essere osservata ma viene letteralmente inalata, interiorizzata, completata dall’esperienza sensoriale e spirituale di chi la incontra. In questo contesto, Vespasiani chiede esplicitamente allo spettatore un atto di meditazione, un vuoto interiore necessario per sintonizzarsi sulla frequenza dell’opera, per sentirsi a propria volta leggeri, permeabili, fluttuanti. In un’epoca dominata da una visione tecnologica e scientista che tende a riconoscere come reale solo ciò che è misurabile, il percorso di Mario Vespasiani si configura come un gesto di resistenza culturale e insieme come un esempio luminoso di ri-sacralizzazione del mondo. Senza mai negare la scienza o la tecnologia, che anzi studia e integra, l’artista le reinscrive in un orizzonte simbolico più ampio, come il cosmo della fisica quantistica possa coincidere con l’Empireo della tradizione teologica e come l’aria che respiriamo possa diventare veicolo di comunione con l’eterno. Il suo continuo dialogo con simboli e dimensioni “lontane nel tempo” non è evasione nostalgica, ma un invito urgente a recuperare una percezione più profonda e complessa della realtà, a spingersi nuovamente verso l’immensità del creato. In un mondo che ci vuole pesanti e ancorati al suolo, Vespasiani ci insegna a volare ancora, non soltanto con le macchine ma con lo sguardo, con l’immaginazione e, soprattutto, con lo spirito, ricordandoci che la vocazione più alta dell’arte, oggi, è forse proprio quella di rammentarci che siamo fatti non solo di materia, ma anche di vibrazione.