Negli abissi della coscienza
Mario Vespasiani e l’arte come psiconautica contemporanea
Se l’opera di Mario Vespasiani ha spesso orientato il proprio sguardo verso l’alto — attraversando l’aria dei cieli e il fuoco delle costellazioni — con il progetto Underworld l’artista compie un movimento speculare e necessario: una discesa. Un’immersione radicale nel dominio dell’acqua, intesa non come semplice elemento naturale, ma come grande archetipo dell’Inconscio, personale e collettivo. Non il mare geografico, dunque, ma l’oceano primordiale della memoria, del sogno, del mito e dell’origine stessa della vita. In questo ciclo Vespasiani smette definitivamente i panni del solo pittore per assumere quelli, ben più esigenti, dello psiconauta: esploratore degli abissi interiori. Come un Jacques Cousteau, egli si cala nelle profondità psichiche per documentarne le forme, riportare alla luce reperti archeologici dello spirito e, al tempo stesso, generare nuove forme di vita simbolica a partire dalla materia primordiale della psiche. Underworld non è dunque una mostra, ma il resoconto di un viaggio: un’esperienza immersiva che invita lo spettatore a riconoscere e ad attraversare il proprio mondo sommerso.
Questa intelligenza “totale” dell’artista si è manifestata fin dalla concezione dello spazio espositivo, che non ha accolto semplicemente le opere, ma ha prepara il visitatore alla discesa. I fondali pittorici dissolvono i confini tra ambiente e immagine, trasformando la galleria in un acquario percettivo, ipnotico e fluttuante, dove le coordinate ordinarie si allentano. È un rito di passaggio: il respiro rallenta, la coscienza si fa più porosa, lo sguardo si accorda alle frequenze dell’onirico. In questo contesto, la scelta di articolare il percorso in una stanza bianca e una nera assume una valenza filosofica di straordinaria precisione. È la traduzione spaziale del Tai-chi, del principio dello Yin-Yang: l’affermazione che l’Underworld non è il regno unilaterale dell’ombra, ma il luogo in cui luce e tenebra coesistono e si compenetrano, ogni forma contiene il seme del proprio opposto; ogni profondità custodisce un punto di luce. Vespasiani chiarisce così che l’inconscio non è un abisso da evitare, quanto uno spazio ulteriore dove la trasformazione apre a nuove possibilità.
Ad abitare questo mondo sommerso non sono creature biologiche, ma archetipi: pesci, meduse, figure fantastiche, reliquie di civiltà interiori. Creature viste come simbolo cardine dell’intero ciclo, e Vespasiani ne riattiva la potenza millenaria, emblemi di origine e fertilità, legato al principio femminile della Grande Madre — da Efeso a Kwan Yin — e dunque all’idea di una matrice generativa, grembo inesauribile di possibilità. L’inconscio, in questa visione, non è luogo di dissoluzione, ma di continua nascita. Al tempo stesso, il pesce è figura di visione e coscienza spirituale: dagli “occhi di pesce” di Kalì all’avatar acquatico di Visnù, esso incarna uno sguardo che non si chiude mai. Vespasiani adotto lo sguardo necessario allo psiconauta, che non può permettersi distrazioni nel momento della rivelazione. Parimenti, il simbolo cristiano del pesce — innocente, salvato dal giudizio — e la figura di Cristo come pescatore di uomini completano il quadro: l’artista diventa colui che cala le reti negli abissi per riportare in superficie verità che offrono allo spettatore non un’estetica della fascinazione, ma una possibilità di orientamento e di riflettere sul proprio cammino di salvezza interiore.
Un viaggio di tale profondità esige un metodo capace di coniugare rigore e abbandono. Vespasiani lo trova in una sintesi personalissima tra Oriente e Occidente. La sua pittura a olio, capace di smaterializzarsi, nasce da una pratica prossima allo Zen: per accedere all’inconscio non si può forzare, occorre lasciare fluire. I tratti spontanei, la delicatezza del segno, sono il risultato di un lavoro in stato di presenza, di ascolto radicale del momento. Ma questo abbandono non scade mai nel caos, perché è sostenuto da una struttura concettuale solida, da una decisione del segno che tradisce una piena padronanza del pensiero occidentale. Intuizione e intelletto, istinto e progetto, si equilibrano come correnti opposte dello stesso mare. Underworld è il momento in cui l’artista dimostra di saper navigare non solo i cieli stellati, ma anche gli oceani interiori, con eguale profondità e responsabilità. Il titolo stesso, nella sua ambiguità semantica — mondo sommerso, aldilà, luogo del rischio e dell’infinito — racchiude il senso ultimo dell’impresa.
Scendere negli abissi comporta sempre un pericolo, ma Vespasiani ci mostra che è un rischio necessario. L’inconscio non è ciò da cui fuggire, bensì la sorgente della creatività, della spiritualità, delle più autentiche rivelazioni. Come un pescatore di perle, l’artista si immerge in queste acque oscure per riportarne alla luce la bellezza e la verità. E nel farlo, ci consegna non solo opere di preziosa raffinatezza, ma una mappa preziosa per la nostra stessa immersione, ricordandoci che solo attraversando il nostro mondo sommerso possiamo accedere alla forma più luminosa e compiuta della vita.