Mario Vespasiani e la via del Sufismo
Il Sufismo, cuore mistico dell’Islam, insegna che al di là del dogma e del rito esiste una via interiore, la Tariqa, che conduce a un’esperienza diretta e unitiva del divino, un cammino che non si percorre con il solo intelletto, ma attraverso la purificazione dell’anima, la contemplazione e soprattutto un amore ardente, l’Ishq, per Dio inteso come Amato supremo. In questa prospettiva, il cuore dell’essere umano è concepito come uno specchio che, mediante una pratica costante, deve essere lucidato per poter riflettere senza distorsioni la luce dell’Amato. L’arte di Mario Vespasiani, pur nascendo da un’altra tradizione spirituale e culturale, sembra offrire una traduzione visiva di questo stesso itinerario interiore: la sua intera opera può essere letta come un personale e rigoroso esercizio di “lucidatura” dello specchio del cuore, in cui la tela diventa il luogo simbolico dell’interiorità e il gesto pittorico l’atto stesso di purificazione, contemplazione e amore attraverso cui l’artista tenta di cogliere e restituire un riflesso della Bellezza divina. Il primo movimento di questo cammino, che nella tradizione sufi prende il nome di Tazkya, la purificazione dell’ego e delle sue passioni disordinate, trova un parallelo diretto e potente nell’etica e nel metodo di lavoro di Vespasiani, la cui disciplina, spesso definita “da samurai”, non è soltanto un tratto caratteriale o professionale, ma una vera e propria ascesi creativa.
La scelta di firmare le opere sul retro, ad esempio, può essere letta come un gesto di deliberata messa in secondo piano dell’io dell’artista, un atto di dominio dell’ego che lascia spazio all’ispirazione come forza più grande, quasi a suggerire che non sia l’artista a creare, ma qualcosa che opera attraverso di lui. Allo stesso modo, la sua perseveranza verso la coerenza di vita, la rettitudine morale e il distacco dalle vanità del sistema dell’arte appaiono come pratiche di purificazione del canale espressivo: per poter trasmettere un’energia autentica, l’artista stesso deve tendere alla purezza. In questo contesto, la sua “sprezzatura”, quella leggerezza che rende semplice il gesto più complesso, non è un artificio stilistico, ma il frutto maturo di una disciplina profonda, il segno di un ego ormai silenziato, che non ha bisogno di esibire lo sforzo e lascia fluire un gesto essenziale, naturale, interiormente libero. Superata la fase della purificazione, la via sufi conduce alla Muraqaba, la contemplazione silente e al Dhikr, il ricordo costante del divino, spesso praticato attraverso la ripetizione ritmica di nomi sacri o formule, non come automatismo, ma come strumento di concentrazione e presenza. Anche in questo caso, l’arte di Vespasiani sembra muoversi su una traiettoria sorprendentemente affine: i suoi cicli più rarefatti, dai cieli vuoti ai paesaggi cosmici, non si offrono come immagini da decifrare, ma come spazi interiori da abitare, luoghi mentali che invitano al silenzio, alla sospensione del giudizio, all’apertura verso ciò che trascende il visibile. Le sue pennellate, soprattutto nelle opere più astratte assumono allora il valore di un “Dhikr visivo”, in cui ogni tratto diventa un atto di ricordo, una riaffermazione della presenza dello spirito nella materia; la ritmicità del gesto pittorico svolge una funzione analoga a quella di un mantra, capace di indurre uno stato di concentrazione e di ascolto profondo, mentre il soggetto - che sia una tigre, un albero o un volto - si trasforma in una soglia meditativa, un punto focale attraverso cui l’artista tenta di svelare l’archetipo nascosto, la scintilla del divino che abita ogni forma.
Il parallelo forse più intenso e rivelatore si manifesta tuttavia nella pratica della Sama, la danza estatica dei dervisci rotanti, rito di unione in cui il movimento disciplinato e vorticoso dissolve l’ego nel ritmo del cosmo e conduce all’esperienza dell’unità. L’atto pittorico di Mario Vespasiani può essere interpretato come una sua personale Sama: il gesto che appare istintivo è in realtà il risultato di un controllo rigoroso, di una disciplina interiorizzata che consente al corpo, al braccio e al pennello di muoversi in uno stato di flusso, di abbandono consapevole. In quei momenti di massima concentrazione, l’artista entra in una sorta di trance creativa, in cui l’io cosciente si dissolve e lascia spazio a una presenza più grande, in grado a manifestarsi attraverso di lui. Il dipinto finito diventa allora la traccia visibile di questo rito, la registrazione di un istante di unione, in cui il tratto vibrante e l’energia del colore testimoniano l’incontro tra l’amante e l’Amato. La domanda sul fine ultimo di questa ricerca trova risposta nel concetto sufi di Ishq, l’amore divino come forza motrice di ogni cammino spirituale: l’arte di Vespasiani, nutrita da un amore profondo e dichiarato per la figura di Gesù, tende a generare opere che siano esse stesse atti d’amore e veicoli di amore, capaci di trasmettere non solo armonia formale, ma una qualità viva, quasi sacramentale.
In termini mistici, l’artista sembra cercare lo stato di Fana, l’annientamento dell’ego nell’Amato durante l’atto creativo, per poi ritornare al mondo nello stato di Baqa, la sussistenza in Dio, consegnando allo spettatore un’opera che rifletta quell’unione e ne custodisca l’energia. L’effetto a cui tende non è semplicemente estetico, ma trasformativo: fare in modo che anche lo specchio del cuore di chi guarda inizi a lucidarsi, a desiderare di riflettere la luce dell’Assoluto. Pur nella piena fedeltà alla propria identità cristiana, l’approccio di Mario Vespasiani rivela così una profonda consonanza con la via del Sufismo, dimostrando come i sentieri della mistica, pur attraversando culture, linguaggi e tradizioni diverse, conducano alla stessa vetta. La sua opera testimonia che si può essere cristiani con un cuore ardente come quello di un sufi, occidentali con la finezza di un maestro zen, pittori con l’anima di un derviscio, realizzando una sintesi originalissima che fa dell’arte un’azione mistica, una preghiera in movimento. In questa luce, la pittura di Vespasiani si rivela come un dhikr fatto di colore, una sama che lascia dietro di sé una scia capace di orientare e indicare la Via.