Lo spazio del sacrum facere
Quale spazio resta al sacro, in un mondo in cui il pensiero unico sembra insinuarsi in ogni piega della vita quotidiana? Non è una questione marginale, anzi potrebbe essere la domanda cruciale del nostro tempo. E per trovare una risposta che non sia teorica ma vissuta, dobbiamo osservare come l’intera opera di Mario Vespasiani sappia porsi come un'incarnazione della resistenza e della restaurazione del sacro. L’artista in questa luce, si rivela come un "custode dell’essenza" in un'epoca fatalmente attratta dalla superficie e dalla simulazione. Con un’analisi sulla distinzione tra forma e sostanza si può volta per comprendere la radicale attualità di Vespasiani - in un'era in cui la presunta emancipazione dell’uomo può portare a sottovalutare o ignorare ciò che visivamente non si può cogliere, la sua concezione e il suo "gesto pittorico" - che è la traccia indelebile di un istante di vita, di un’intera esistenza spesa a costruire una visione del mondo - documentano "storia di vita, memoria incarnata, valori morali e responsabilità personali". L'arte di Vespasiani non è una riproduzione di forme; è la cicatrice luminosa lasciata da un incontro reale con la fragilità, con la bellezza, con il mistero. In questo, egli incarna perfettamente il principio etico della non-sostituzione, mentre il mondo dell'arte stesso cede spesso alla tentazione di usare altri professionisti per la realizzazione delle proprie opere, Vespasiani si pone come uno "specchio", per ampliare il dialogo.
I suoi laboratori del pensiero, come “MyDidatticArt”, sono un chiaro esempio di questa etica in azione offrendo "strumenti", come "risorse educative", che non vanno a sostituire l'atto interpretativo del partecipante, bensì creano le condizioni affinché l'incontro tra l'anima individuale e l'opera possa avvenire in uno spazio di assoluta libertà. La sua estetica non intrattiene passivamente, nè fornisce risposte facili o che cerca il consenso è un'arte esigente, che interroga, che spinge "oltre il conosciuto”, tratta il pubblico da interlocutore maturo, non da consumatore di immagini e in questo eleva la nostra stessa percezione di noi stessi. Ma forse il suo contributo più evidente, risiede nella sua capacità di ricostruire il sacro come forma comunitaria. Se il sacro "non è semplicemente un insieme di simboli, ma la forma attraverso cui una comunità si consegna, si impegna e si rende partecipativa", la felice intuizione della rassegna “Indipendenti, Ribelli e Mistici” si è dimostrata come uno degli spazi più autentici del nostro tempo. Il suo studio nelle Marche si apre ad una liturgia laica in cui una comunità di spiriti affini si riunisce per "consegnarsi" a un dialogo, per "impegnarsi" in una ricerca comune, per "rendersi partecipativa" di una visione del mondo.
È l'antidoto perfetto alla standardizzazione globale: è la "cura della singolarità", la celebrazione di "pratiche di memoria collettiva che non siano outsource a un cloud", un progetto radicato nella consapevolezza e nello spazio. La freschezza del pensiero di Mario Vespasiani, dunque, non risiede solo nella sua capacità di indagare i più vari ambiti del sapere, ma nella coerenza con cui ha saputo unificare questa conoscenza in una pratica di vita e in un'opera che sono una risposta completa alle sfide del nostro tempo. Egli non ha eretto barriere concettuali, ma ha tracciato un percorso di responsabilità condivisa. La sua missione, in definitiva, è quella di custodire e coltivare quei terreni di esperienza che ci rendono autenticamente umani. Di fronte a un mondo che rischia di accontentarsi dell’apparenza, ci richiama incessantemente al contenuto profondo, dimostrando con la forza luminosa del suo esempio, che lo spazio per il sacro esisterà sempre, finché ci saranno esseri umani disposti a farsi carico della sua custodia con la stessa integrità, passione e instancabile dedizione.